Comunicazione-offline

Negli ultimi sei mesi il mondo è cambiato sostanzialmente. Sono cambiamenti di cui nessuno sa l’evoluzione – ancora – nel futuro. Questi cambiamenti hanno interessati tutti e di tutte le fasce d’età negli ultimi mesi e non sono del tutto sotto controllo. Ci stanno investendo, disorientando, alcuni sono voluti, altri completamente disattesi. Nel momento li stiamo acquisendo, di nuovi si presentano.

Si tratta di cambiamenti nel sociale, e li si nota nell’uso diverso che si fa delle città, dalle piste ciclabili alla frequentazione di posti che prima erano trascurati. Ma a cambiare sono state anche le nostre abitudini di concepire le vacanze o l’attività di lavoro, diventato smart working, per qualcuno una vera e propria difficoltà da gestire, da accettare e, onestamente, poco smart.

A cambiare sono state anche le nostre conversazioni, al secolo call, che si sono susseguite su diverse piattaforme, Zoom la più gettonata. Non si tratta più di public speaking in senso stretto, laddove il pubblico esiste ma non è “visibile”. Ma, anzi, quel che è peggio, entra dentro le nostre case senza che noi ne abbiamo un controllo effettivo. Pensiamo al fatto di star parlando davanti ad una platea invisibile, che non possiamo vedere, mentre al contrario questa ci sta osservando e, magari, è molto più interessata ai libri della nostra libreria che fa da sfondo, a quel particolare soprammobile sulla scrivania alla quale siamo seduti, e via discorrendo. Non sappiamo nemmeno se questo pubblico è davvero interessato a quel che stiamo dicendo, non cogliamo gli sguardi di interesse o le espressioni di noia che, pure, sono fondamentali quando si insegna qualcosa, si lavora o si fa informazione online.

E’ una sorta di privacy che perde la sua autenticità visto che il pubblico entra nella nostra casa. In qualche modo, noi diventiamo ancor più “noi stessi” con quello che ci sta attorno. Diversamente da quanto accade in un posto neutro, dove è quanto stiamo dicendo il vero oggetto dell’interesse.

Oggi, lo spioncino rosso dell’ansiolitico “on air” è il vero “sguardo” su di noi da parte di quel pubblico invisibile. Inoltre, anche la nostra attenzione, oltre quella di chi ci ascolta, è difficile da mantenere. Chi ci ascolta da casa o da chissà dove, può alzarsi, controllare lo smartphone senza che noi gli diamo peso, non essere nemmeno presente davanti allo schermo (nel peggiore dei casi!). Chi parla, invece, deve tenere sotto costante controllo la telecamerina, la connessione, lo smartphone che riprenda nel giusto modo, e così via.

Cambia la comunicazione. E cambia il modo di dare giudizio su chi ci parla. Ci vuole del tempo per imparare. E tanta voglia di apprendere realmente a interfacciarsi con gli altri, la predisposizione a volerlo fare. E occorre che la gente impari in fretta a comunicare, che non significa solo parlare ma dare anche spazio agli altri, dargli valore. Cosa che oggi, come si evince dai social network, non è sempre così scontato. Questa è l’epoca dell’edonismo, dell’egocentrismo, nel quale ognuno dice la propria e non ascolta l’altro. O peggio, nemmeno gli importa. E’ una sorta di selfie continuo, dove l’immagine è tutto, ma in questo caso è oltretutto imposto. E’ un selfie su chi siamo realmente e su come lo trasmettiamo.

Comunicare non è solo parlare. Comunichiamo molto di più con l’immagine che diamo di noi stessi, che poi accompagna quello che stiamo dicendo. Comunicazione sono i nostri sguardi, il nostro modo di vestire, i nostri gesti. Comunicare online, a mezzo piattaforme, penetra la nostra via più intima agli altri, quella che in genere non si vede o che si lascia vedere solo a determinate persone. E’ difficile, ma non impossibile. E, dato che non sappiamo quanto questi cambiamenti ancora influiranno sulla nostra vita e le nostre abitudini, è bene imparare da subite a fluire con essi.