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Federica DiFederica

Social Network, una moderna versione de La finestra sul cortile

La popolarità di una persona, oggi, si misura in Mi piace e Followers. La generazione di Facebook e Instagram la vive così, spesso scadendo in una vita grigia fatta di un consenso altrui che non arriva. Erano stati creati per unire, i social media. Hanno finito per dividerci.

Hanno diviso le platee, hanno diffuso la violenza, hanno dato la parola a tutti. Veramente tutti. Quest’ultimo aspetto dovrebbe essere decisivo e decretarne l’effettivo mood positivo e sinonimo di utilità che, spesso, gli convogliamo. No, non è così se l’inciviltà si nasconde dietro uno schermo e l’opinione e la libertà di parola viene confusa con l’offesa gratuita, il vilipendio, lo sproloquio e la bestemmia.

 

Non sono contraria ai social network

Anzi. Nonostante quel che possa sembrare da quanto esposto finora, ritengo che essi abbiano cambiato il nostro atteggiamento verso l’informazione, verso i confini che spesso tentiamo di stringere e, invece, i social cercano di aprire e allargare.

Il problema non sono i social media, sono le persone. Non dimentichiamo che queste piattaforme, siano esse dedicate alle immagini, alla condivisione di status e di vite parallele, sono pur sempre cose e sono fatte da chi le fa. Non possiamo, infatti, scagliarci contro Facebook se nei commenti ci sono come ingredienti odio e violenza. Questi sono il frutto di menti sottosviluppate. Non possiamo nemmeno additare Instagram o, ancora, Facebook per la diffusione di immagini inutili. Spetta a chi le pubblica avere il buon gusto di discernere l’utilità dal non avere alcun significato. Sì, vale il discorso “se per me vuol dire qualcosa, la pubblico“. Ma è pur vero che come non andiamo per strada in mutande, sarebbe il caso di riconoscere che le community, seppur virtuali, sono pur sempre comunità, appunto.

No, su Facebook (sembra) tutto è lecito. I ragazzini possono offendere coetanei e professori, gli adulti possono offendere altri adulti e dire la propria opinione non richiesta. Come dicevo, il problema non sono i social, bensì le persone e il loro “parlare” pur tacendo.

Come quando arriva, un giorno un Mi piace da parte di un contatto che neppure si credeva di avere più nell’elenco delle proprie amicizie. Non so se ricordate quel capolavoro de La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock. Bene, lui in sedia a rotelle che, con il binocolo scruta l’edificio di fronte la sua finestra per scoprire il colpevole di un ipotetico omicidio. Siamo tutti un po’ quel James Stewart che scandaglia il prossimo e la sua vita. Siamo tutti un po’ nascosti da quel mistero che è una finestra che lascia intravvedere, ma non dà la sicurezza che, dietro la tendina, ci sia realmente qualcuno. Siamo tutti un po’ quel vicino di casa che, ad un certo punto e chissà perchè, vuole farci sapere che c’è, che partecipa del nostro vissuto o che, semplicemente, ci fa capire che non gli interessa con l’indifferenza del passare oltre e scrollare – come sarebbe più indicato dire.

E allora, non è forse vero il fatto che Facebook – per nominare solo il social media per antonomasia – è un grande condominio che ci apre le finestre sul mondo ma siamo noi a decidere se lasciarle aperte o no? Siamo noi a decidere come interagire con questi condomini/utenti su questo o quel problema/argomento/situazione/avvenimento?

Il problema, dunque, non sono i social media. Ma le persone.

Federica DiFederica

I social network possono causare depressione negli adolescenti: come riconoscerne i segnali

La vita digitale spesso incontrollata produce un effetto non sempre positivo sul benessere di adolescenti e giovani internauti. Questa situazione ha portato gli scienziati di tutto il mondo a cercare prove per capire in che modo i social network possono influenzare l’equilibrio mentale di chi usa e abusa di essi.

Instagram, ad esempio, è spesso direttamente collegato alla nostra autostima, immagine e valore. L’avere molti o pochi Mi piace può mettere in discussione chi siamo e cosa facciamo. Photoshop è la panacea per migliaia di follower, ma non è mai abbastanza.

Stiamo tutti confrontandoci con gli altri e ci sentiamo male perché c’è sempre qualcuno che ci mette a disagio“, afferma chi è devastato dall’uso dei social. Ma c’è anche chi ha deciso di reagire: apparire senza trucco o filtri è ormai una prova di coraggio.

Per gli esperti, la moltiplicazione di immagini che suggeriscono vite perfette può trasformarsi in tormento: “Riteniamo che il tempo trascorso al confronto sociale, come le immagini di colleghi che mostrano corpi perfetti, sia correlato ai sintomi di depressione adolescenziale “, ha spiegato Elroy Boers, del Dipartimento di Psichiatria dell’Università di Montreal, in Canada.

 

Salute mentale

Per quattro anni, 3.800 giovani, di età compresa tra 12 e 16 anni, hanno risposto ai questionari sul tempo trascorso davanti ai diversi tipi di social network e ai loro sintomi di depressione. Secondo Boers, oltre al fenomeno del confronto, un’altra ipotesi è che gli algoritmi di rete (che consentono di distribuire agli utenti contenuti simili a quelli a cui si ha accesso) possano rafforzare le condizioni depressive. Se l’utente cerca “magrezza” o “depressione”, viene offerto più contenuto relativo al tema. Nello studio non è stato possibile identificare il legame tra videogiochi e depressione.

Tra le crescenti preoccupazioni per la salute mentale nei giorni di Internet, Instagram ha annunciato la fine dei Mi piace per la visualizzazione di foto e video. L’iniziativa ha affrontato già alcuni test. “Non vogliamo che le persone si sentano come se fossero in competizione“, hanno fatto sapere. Un sondaggio del 2017 della Royal Society for Public Health (RSPH), nel Regno Unito, ha riconosciuto la rete come la peggiore per la salute mentale dei giovani.

Anche altre società stanno apportando modifiche considerando le loro piattaforme. Twitter sta studiando la capacità di nascondere i pulsanti Mi piace e Retweet. E su Facebook e Instagram, il controllo del tempo trascorso su piattaforme è già possibile tramite Strumenti.

Contro il bullismo, un altro fattore nello squilibrio emotivo dei giovani, Instagram ha anche annunciato una funzione di avviso di offesa. Per proteggersi da sensazioni spiacevoli, una raccomandazione medica è quella di cercare un contatto faccia a faccia con le persone, il che rimane la migliore via d’uscita contro la sensazione di isolamento.

 

Fare attenzione ai segnali

Non è semplice notare la depressione nei bambini. “Difficilmente parleranno“, affermano gli psichiatri. L’isolamento, un repentino cambiamento di umore e un improvviso scambio di amici indicano che è tempo di accendere la luce gialla. Se viene rilevata un’angoscia relativa a Internet, è necessario chiedere aiuto professionale. In alcuni casi, può essere raccomandato smettere di seguire profili dannosi o addirittura di abbandonare alcune piattaforme per un po’.

Ma ecco altri segnali da non trascurare:

1. Tempo sui social network: i genitori dovrebbero essere consapevoli del comportamento dei propri figli, come il tempo di connessione e il contenuto visualizzato e pubblicato.

2. Durata dell’uso dello schermo: è importante assicurarsi che l’uso di Internet non si sovrapponga all’interazione faccia a faccia con la famiglia, gli amici e l’attività fisica.

3. Routine e riposo: anche la consueta routine del sonno deve essere preservata.

Federica DiFederica

Estate: abbiamo bisogno di una vacanza dai social media

È estate, quindi molte persone pubblicano foto delle vacanze su varie piattaforme di social media. Lo farei anche io (se fossi in qualche isola sperduta, n.d.r.). Accedere ai social è come accedere alla vita degli altri: guardo i post degli altri, commentando a volte. Come la maggior parte delle persone, ho letto gli avvertimenti sul non pubblicare in anticipo piani di viaggio o condividere aggiornamenti che potrebbero indurre i potenziali ladri a entrare in case vuote. Tuttavia, questa preoccupazione non è la causa principale della mia riluttanza a farlo se dovessi mancare da casa per alcuni giorni.

Varie piattaforme (e Facebook in particolare) sono, stranamente, sia una sorta di diario che una performance pubblica – e, quando viaggio, mi rendo conto che il diario è davvero un’illusione. Se Facebook fosse un diario, sarebbe quello che si potrebbe leggere ad alta voce in un parco pubblico – o almeno in una riunione di amici, parenti e colleghi.

Viaggiare con gli altri significa vicinanza fisica forzata e un senso accresciuto di nuove esperienze condivise in modo sincrono. Fa capire cosa fanno e non forniscono i social media.

 

Quando si prende una vacanza dai social media

In vacanza, per me, i “social” e i “media” si separano. Il social ha luogo nelle mie interazioni con le persone con cui sto viaggiando o con le nuove persone che incontro lungo il mio viaggio. Potrebbe anche accadere con le persone che mi sono abbastanza vicine da sapere dove (geograficamente) sono. Ma gli “amici” di Facebook non potrebbero mai comprenderne tutti i reali risvolti della mia esperienza poichè non hanno quella consapevolezza granulare della mia vita. L’interazione con loro è un diverso tipo di “socialità”. Anche se gradevole e gratificante, è decisamente più performante. Il viaggio mi rende più consapevole di questo.

Sui social media, ciascuna delle mie vacanze alla fine diventerà una storia. Mentre viaggio, la sceneggiatura viene improvvisata su base giornaliera; per quanto mi riguarda, non è pronto per il consumo pubblico. Lo diverrà. A casa, una volta che so come si è sviluppata la storia delle vacanze, quali sono stati i momenti salienti, come è finita, cosa voglio richiamare o ricordare, diventa dettagli e foto. A casa, i “social” e i “media” si confondono ancora una volta. La consapevolezza di ciò che Facebook e qualsiasi altro social network è davvero e non svanisce di nuovo – fino al prossimo viaggio.

Mi rendo conto che molte persone usano varie piattaforme in modo molto diverso durante le vacanze, e non intendo avanzare alcuna critica dei loro modi. Le nostre esperienze sui social media (soprattutto date le grandi differenze tra le piattaforme – diciamo, Facebook contro Instagram) variano notevolmente. Ma mi viene in mente l’affermazione dell’antropologo e psicologo Robin Dunbar. “Non c’è dubbio”, ha detto, “che reti come Facebook stiano cambiando la natura dell’interazione umana“.

Quello che fa Facebook e perché ha avuto così tanto successo in così tanti modi è il permettere di tenere traccia delle persone che altrimenti scomparirebbero efficacemente. Ma una delle cose che mantiene (ancora) forti le amicizie faccia a faccia è la natura dell’esperienza condivisa: ridere insieme, ballare insieme, rimanere a bocca aperta davanti ad un tramonto.

Abbiamo un equivalente sui social media – condividere, apprezzare, sapere che tutti i tuoi amici hanno guardato lo stesso video di gatti su YouTube che hai fatto tu – ma manca della sincronicità dell’esperienza condivisa. È come una commedia che guardi da solo: non riderai così forte o spesso, anche se sei pienamente consapevole che tutti i tuoi amici penserebbero allo stesso modo dell’ilarità della battuta. Abbiamo visto lo stesso film, ma non possiamo legarci allo stesso modo.

Viaggiare con gli altri significa vicinanza fisica forzata e un senso accresciuto di nuove esperienze condivise in modo sincrono. Non sorprende, quindi, che ci si renda sempre di più conto di ciò che i social media fanno e non forniscono.

Federica DiFederica

Cos’è l’orbiting, il nuovo fenomeno dei social network associato al mal d’amore

Oggi l’influenza dei social network è innegabile ed ha assunto una forma preponderante nella nostra esistenza. Qualche tempo fa siamo rimasti sorpresi dalla definizione di ghosting, un termine che riassume il momento in cui una persona che ha avuto un forte legame con un’altra, come un partner o un amico, ipso facto interrompe ogni comunicazione e diventa un fantasma, appunto.

Oggi, nel 2019, il nuovo termine creato dall’interazione in reti come Facebook, Twitter o Instagram è “orbiting”, orbitante, ovvero il comportamento per cui una persona interrompe tutte le comunicazioni, ma segue ancora gli account di chi ha preferito non sentire e/o frequentare più. Tutto resta molto social: ci si scrive, si parla o si risponde ai messaggi, ritwitta i post o aggiungere reazioni alle foto. Ma tutto chiuso nelle “mura” delimitate dai social network.

 

Incertezza e confusione

In questo modo è possibile essere nell’orbita di altre persone, andare in giro e generare una risorsa di manipolazione psicologica come la confusione, perché se una persona scompare dalla vita fisica di qualcuno e si rifiuta di avere contatti, dà messaggio completamente contraddittorio continuando ad interagire nei social network. A battezzare il termine è stata la editorialista Anna Lovine, che ha affermato come questo tipo di contatto, alla fine, “ti tiene abbastanza vicino da poter essere osservato e abbastanza lontano da non dover mai parlare.

Tutto è nato quando in un articolo Lovine ha dichiarato: “Ho iniziato a uscire con un uomo, chiamiamolo Tyler, alcuni mesi fa. Ci siamo incontrati su Tinder, ovviamente, e dopo il nostro primo appuntamento ci siamo aggiunti su Facebook, Snapchat e Instagram. Dopo il nostro secondo appuntamento, ha smesso di rispondere ai miei messaggi di testo. Presto ho capito che la storia era finita, ma nei giorni seguenti ho notato che ha guardato ciascuna delle mie storie su Instagram e Snapchat e che era una delle prime persone a farlo”. Lovine contattò di nuovo il cosiddetto Tyler, che la ignorò di nuovo. Lei, confusa, ha smesso di seguirlo sulle diverse piattaforme, tranne su Instagram. Convinta, ha detto: “Questo non è ghosting. Questo è orbiting“. E si è resa conto di non essere stata l’unica a soffrirne.

Gli esperti affermano che soffrire di orbitingè due volte più frustrante dell’essere una vittima del ghosting, il che non sembrava possibile“. La psicologa Persia Lawson sottolinea che questa azione nasce dalla speculazione. “È un modo per mostrarti, ‘Guarda, sono ancora qui’, senza dover avere una relazione. La comunicazione viene mantenuta aperta nel caso queste persone decidano di voler riprenderla di nuovo“.

Da parte sua, lo scrittore Taylor Lorenz, sottolinea che la pratica è semplicemente un calcolo perché “vuoi mantenere qualcuno nel tuo gioco e non vuoi eliminarlo del tutto“. Infine, è qualcosa che può essere fatto perché implica solo dare un like, un commento o semplicemente un’emoji. Ma Lawson sostiene che è debilitante per la parte che lo riceve. In ogni caso, questa pratica non si limita esclusivamente agli ex partner o agli interessi romantici, poiché è applicabile anche quando “gli amici e i parenti di coloro che si sono allontanati, ma continuano ad orbitarli“.

La psicologa Michelle Crimins sottolinea che è essenziale fissare dei limiti, perché una tale pratica può far prendere tempo a una persona per riprendersi da una crisi d’amore. “Dobbiamo prestare attenzione ai nostri sentimenti, in modo che quando gli effetti negativi iniziano a superare quelli positivi, siamo in tempo per fermarci“.

Federica DiFederica

Social network e vacanze, una combinazione perfetta

Quando pensiamo all’estate, sicuramente ci vengono in mente le vacanze, le spiagge, il sole, gli amici, ecc. Quando arriva il momento della vacanza, partiamo, ma i social network cui siamo iscritti continuano a funzionare e hanno bisogno di contenuti per tenere aggiornati i nostri follower con le ultime notizie sulla tua attività.

Durante la stagione estiva molti utenti continuano a connettersi ai social network. Con i nostri smartphone e molto tempo libero, abbiamo a disposizione tutte le novità che più ci interessano. E anche quelle di cui potremmo farne volentieri a meno.

 

I tuoi social network vengono in vacanza con te

E’ importante, dunque, continuare a lavorare come se fosse un’altra sezione della nostra vita. Non abbandonare i nostri social è fondamentale perchè i nostri contatti continuano ad aspettare le attività che ci riguardano. Analizzare le attività, osservare le fasce oraria in cui gli utenti si connettono più frequentemente: sono solo due step da non trascurare. È anche importante vagliare il tipo di contenuti da pubblicare, con uno sguardo a qualcosa che sia qualcosa sempre leggero, fresco e nuovo.

È normale che in questo periodo dell’anno le aziende traggano vantaggio dagli strumenti di automazione per programmare i contenuti. Non cadere in tentazione è fondamentale: la programmazione eccessiva è dannosa in quanto disumanizza il marchio – qualora siate un’azienda o abbiate un sito tutto vostro. E’ determinante monitorare quotidianamente i social network perché ci sarà sempre un commento a cui rispondere, una menzione che “piace” o meno, ecc.

Approfitta del fatto che la competizione è più rilassata e osserva cosa, come, quando e dove pubblica. Analizza i tuoi punti deboli e forti e usali a tuo vantaggio. Le lacune della tua concorrenza possono anche essere un buon insegnamento e qualcosa da cui trarre vantaggio. Ci sono migliaia di idee e modi per superare i nostri limiti.

Condividi i contenuti del blog o del sito poiché, con così tanto tempo libero, gli utenti adoreranno leggere un contenuto aggiornato, fresco e divertente.  Pubblica foto attraenti e “rinfrescanti”. Utilizza promozioni e contest per aumentare l’interazione. In questo modo, i follower possono interagire con la pubblicazione e aumentare la sua diffusione chiedendo di menzionare fare altrettanto con altre persone. Come questo esempio, ce ne sono molti altri. Pensa a qualcosa di divertente e fallo!

Come vedi, gestire i social network di un’azienda non è facile: richiede molta dedizione e disponibilità totale (24/7), anche in estate. Non abbandonare mai i tuoi social network. Se invece disponi di scarsa disponibilità, delegare questa attività a un’agenzia qualificata potrebbe essere uno strumento necessario.

Federica DiFederica

Internet ed elezioni: come i social network irrompono nella comunicazione politica

Vi siete mai chiesti perchè oggi la politica si fa sui social network? Un (non) luogo inappropriato, sebbene al passo con i tempi, che nella maggior parte dei casi fomenta discussioni spesso inutili fra utenti. Cercheremo, quindi, di dare una spiegazione quanto più reale sull’irruzione dei social network nella comunicazione politica e la formazione di partiti politici. O viceversa.

 

Alcuni dati

Partiamo dai numeri: le persone che utilizzano dispositivi con accesso a Internet e la quantità di traffico generato è in crescita esponenziale. Ad esempio, 37.669 GB sono condivisi ogni secondo e, secondo Cisco, nel 2022 verrà creato più traffico rispetto agli ultimi 32 anni dal 60% della popolazione mondiale che utilizzerà Internet; ci saranno più di 28 miliardi di dispositivi connessi e un traffico IP di 396 exabyte al mese.

Soffermandosi sul caso delle grandi aziende e sulla tecnologia, la loro crescita negli ultimi anni è dovuta alla “loro gratuità e all’offerta di servizi senza barriere economiche“. Un fatto che spicca è che la vita media delle grandi aziende è passata da 65 a 15 anni. Ci sono cinque elementi per comprendere il successo di piattaforme come Facebook o Google: esigenze eccezionali, semplificazione, centralizzazione, scalabilità e vendita di esperienze.

I nostri comportamenti digitali stanno lasciando una traccia, un’impronta digitale, sotto forma di dati che rappresentano la principale fonte di reddito per la grande tecnologia. Google, ad esempio, sa cosa stiamo cercando, a che ora lo cerchiamo, dove lo cerchiamo, ecc. E noi cerchiamo qualcosa solo quando siamo interessati. L’attività nelle reti (pubblicazioni, conversazioni, comunità) genera un’enorme quantità di informazioni su chi siamo, cosa pensiamo, con chi ci relazioniamo e altro.

Di conseguenza, i politici sfruttano la loro comunicazione attraverso Internet spiegando che le persone “vivono” in rete e siamo passati dalla società del codice postale alla società del codice IP, dei seguaci, dei contatti, della comunità dei vicini alla comunità di cose e argomenti di interesse.

Il potere passa di mano e cambia forma. La lotta per l’attenzione (e non per l’informazione) distrugge la base degli argomenti e della politica. I leader non si incontrano, parlano e governano via Facebook, Twitter e WhatsApp.

 

Distinzione tra potere civile e partiti politici

In un contesto in cui i partiti politici hanno una pessima immagine e i cittadini si aspettano poco o nulla in politica, il dibattito su quale modello di partito, che tipo di politica e di impegno politico ci si aspetti è in piena espansione. I movimenti civici sono utili a mobilitare, all’attivismo. La differenza fondamentale è che un partito ha lo scopo di ottenere la rappresentanza nel potere politico. D’altra parte, l’obiettivo di un movimento è lottare per determinati obiettivi sociali, cercando di convincere i cittadini.

E Internet è diventato un ecosistema dinamico e fertile per la partecipazione dei cittadini, non solo perché porta nuove possibilità alle metodologie tradizionali, ma perché genera le proprie dinamiche attraverso i suoi partecipanti.

Il concetto tecnopolitico allude all’uso tattico e strategico degli strumenti digitali nell’organizzazione, nella comunicazione e nell’azione collettiva.  È il paradigma che consente alla politica formale di rinnovare il suo rapporto con i cittadini e stabilire collegamenti diretti, senza intermediari, e adattare la comunicazione istituzionale ortodossa a nuove lingue e canali.

Un altro punto importante è il ruolo delle emozioni. La politica delle emozioni è capire che il nostro cervello pensa ciò che sente e il ricco mondo delle emozioni, delle sensazioni, delle percezioni contribuisce a molte informazioni cognitive, anche se non ne siamo coscienti. Il politico deve costruire una storia capace di mobilitare i cittadini e collegarli emotivamente con il progetto che guidano, le emozioni giocano un ruolo fondamentale, motivo per cui, nell’arena politica, queste stanno iniziando ad essere valutate e concepite come un veicolo decisivo nel generare sensazioni di maggiore impatto nella trasmissione di messaggi.

La comunicazione politica ed elettorale affronta una crescente sfida: l’umorismo sociale e l’infiammazione emotiva delle nostre società introducono serie sfide per comprendere gli elettori, poichè siamo in un momento altamente instabile e incerto. Comprendere le emozioni profonde, capire la paura, affrontare le sensibilità.

Federica DiFederica

Come avere una buona (e rispettosa) comunicazione tra datore di lavoro e dipendenti

La comunicazione è fondamentale. Che tu sia un dipendente o un datore di lavoro, il “come dirlo” fa la differenza. Sii chiaro su cosa stai cercando di ottenere e spiegare ai dipendenti, o ai loro rappresentanti o entrambi, se stai informando, consultando o negoziando con loro. Allo stesso modo, se sei un lavoratore, rivolgi le tue richieste in modo fermo, ma educato.

Tuttavia, è ai primi che dovremmo fare un po’ più di attenzione. Il rivestire il ruolo di “capo” non è cosa semplice e si scade più spesso nell’antipatia che nell’essere amati. E l’annosa questione della differenza tra un boss e un leader rimane evidente.

Se, dunque, sei un datore di lavoro, dovresti incoraggiare un flusso bidirezionale di informazioni tra dipendenti e i manager. E, per farlo, devi tenere conto di alcuni importanti fattori:

  • tenere riunioni periodiche;
  • usare un linguaggio che i dipendenti comprendano, non solo il gergo;
  • mantenere le discussioni focalizzate, pertinenti, locali e tempestive;
  • usare domande aperte per trarre idee dai dipendenti;
  • assicurare che le comunicazioni raggiungano ogni dipendente, ad esempio non dimenticare i lavoratori part-time, i lavoratori a domicilio e i lavoratori assenti (ad esempio, quelli in ferie e quelli assenti a causa di malattia);
  • usare gli eventi sociali per abbattere le barriere e creare fiducia;
  • quando hai bisogno di comunicare problemi controversi o delicati , ad es. risultati aziendali mediocri, dovresti farlo faccia a faccia. Di solito è meglio avere un senior manager che discuta di questioni così importanti. Il vantaggio della comunicazione parlata e faccia a faccia è il fatto che si tratta di un modo diretto ed efficace per superare le distanze. Tuttavia, non vi si può fare affidamento completamente perché possono sorgere malintesi e voci di corridoio e si potrebbe desiderare di rafforzarla con una conferma scritta.

Assicurati che chiunque parli con i dipendenti sia pienamente informato e offra l’opportunità ai dipendenti di porre domande: se ti viene fatta una domanda a cui non sai rispondere, dillo. Potresti avvisare che avresti avuto bisogno di notifica di quella domanda poiché non hai attualmente le informazioni da fornire per una risposta immediata. Spiega che avrai una risposta a tempo debito. Affinché tutti i dipendenti siano informati, puoi inviare un’email a tutto il personale una volta che hai una risposta a una domanda che li riguarda tutti. E se non c’è risposta, spiega perché; mentre se puoi avere una risposta entro una determinata scadenza, dillo.

Una comunicazione scritta efficace è in genere accurata, breve e chiara. È buona prassi disporre di copie di tutte le politiche e informazioni aziendali in un unico posto a cui i dipendenti hanno accesso, ad esempio una intranet. I dipendenti possono consultare le procedure, i doveri e le condizioni contrattuali a loro piacimento o quando hanno bisogno di chiarimenti.

Ad ogni modo, mai e poi mai usare un linguaggio piccato, autoritario in senso spregiativo e toni autarchici. Regola che vale anche nella comunicazione scritta, nella quale il CAPS LOCK fa sempre fare una gran brutta figura! I vostri dipendenti sono lavoratori e l’era delle piantagioni di caffè in Alabama sono finite da tempo!

Federica DiFederica

Come la tecnologia (e i social network) stanno cambiando il modo in cui comunichiamo

In un mondo in cui la tecnologia sta penetrando in tutte le aree della nostra quotidianità, è innegabile che trascorriamo la maggior parte del nostro tempo a guardare lo schermo dei nostri smartphone o a stare seduti davanti ad un computer, che sia per lavoro che per gioco.

Anche se la tecnologia ci assorbe e ci porta ad essere più sedentari e pigri del necessario, siamo perennemente collegati con mezzi virtuali. Diversi sondaggi hanno determinato che, in quanto esseri umani, e contro ogni previsione, ancora cerchiamo un’interazione sociale. E questa è una buona notizia.

Nell’immediato futuro, l’irruzione della tecnologia nelle nostre vite continuerà. Non solo è cambiato e cambierà il modo in cui comunichiamo con le persone che conosciamo, ma anche con quelli che non conosciamo e, in una certa misura, possiamo dire che la tecnologia è diventata così onnipresente nella nostra esistenza che non ne siamo nemmeno consapevoli.

 

I social network

È un argomento controverso su come i social network stiano cambiando il modo in cui comunichiamo. Piattaforme come Facebook e YouTube superano un miliardo di utenti attivi mensilmente. E questo dà origine a un’idea del modo in cui abbiano completamente ridefinito la maniera in cui costruiamo e manteniamo le relazioni.

Questi social network si sono fatti strada nei nostri uffici, nei salotti e persino nelle sale da pranzo delle nostre case. Sono persino diventati il ​​nostro modo preferito di incontrare le persone per stabilire relazioni “intime”.

Si stima che gli adulti trascorrano dalle 20 alle 28 ore settimanali sui social network e abbiano in media 275 connessioni personali attraverso i loro canali social. In alcuni casi, dove questi dati vengono superati, la persona può finire per soffrire di una certa dipendenza da Facebook o dal social network che usa. Tuttavia, solo l’11% degli intervistati vede/incontra fisicamente le proprie connessioni social su base regolare. La comunicazione così come la conosciamo sta cambiando rapidamente.

I social network, gli smartphone e i cloud hanno cambiato le nostre vite, hanno cambiato il modo di comunicare e continueranno a rivoluzionare l’azienda e il nostro modo di vivere nei prossimi decenni. Lo si vede nel modo di relazionarsi su una pagina Facebook e nel linguaggio non sempre appropriato usato dagli utenti, giovani e meno giovani.

Ma una domanda che è più una riflessione è d’obbligo: così come l’hanno trasformata – al momento in negativo – è possibile che i social media e la tecnologia risolvano un problema di comunicazione che oggi non sempre è così cordiale e appropriata?

Federica DiFederica

La sfida della comunicazione nei social network: l’arte di saper comunicare con gli utenti

Portare a termine una comunicazione di successo è già un compito complesso in qualsiasi ambito della vita. Ma cosa succede quando gli interlocutori si moltiplicano e c’è una sola voce che risponde? Comunicare nei social network richiede una serie di competenze da parte di professionisti di social media marketing. Nello specifico, quando si risponde a una persona ma non solo si comunica con lei, ma si lancia un messaggio pubblico a tutti coloro che leggono quel commento.

Comunicare sui social media è molto simile a parlare in pubblico e di fronte a diversi giornalisti pronti a echeggiare ogni parola che diciamo, qualcosa di rischioso quando parliamo di un marchio o di un’azienda. Di fronte alla gestione di un account aziendale nei social network è necessario che ci esprimiamo con cautela, quasi come se sentissimo sul nostro collo il respiro dell’onnipresente e vigile Grande Fratello di Orwell. Potrei sembrare esagerata, ma tenete presente che ciò che diciamo non sarà visto solo da migliaia di occhi, ma sarà registrato per sempre nella selce di Internet.

Nella comunicazione c’è una norma di base, ossia quella regola per la quale per comunicare prima devi avere qualcosa da dire. Pertanto, che un marchio si avventuri e faccia il salto sui social network senza una strategia definita, sarà un grave errore nella stragrande maggioranza dei casi.

La prima cosa che un’azienda o un’istituzione devono prendere in considerazione durante la comunicazione è chi è e a chi dovrà indirizzarsi, non solo in termini di target, ma  del tipo di community che segue un determinato account. Non utilizzerà lo stesso tono e il linguaggio di una fondazione dedicata all’arte classica se si tratta di un festival di musica tecno, non solo per la natura di ciascuna delle community, ma dei partner che ne faranno parte. Mentre nel primo caso si dovrebbe usare un linguaggio raffinato e stare molto attenti all’espressione, nel secondo degli esempi si dovrà cercare di avvicinarsi a chi legge, essere entusiasti usando un linguaggio giovanile e ricco di onomatopee e gergo ben gestito, naturalmente senza trascurare la correzione sintattica, grammaticale o linguistica. Dovremo anche prendere in considerazione il tipo di social network in cui comunichiamo, adattare tono, vocabolario e messaggio.

Ma il comunicatore nei social network deve essere in grado non solo di adattare il proprio tono e linguaggio alla propria comunità, ma anche di adattarsi a ciascuno dei membri in particolare. Per fare ciò, deve avere una capacità sufficiente a percepire l’intenzione e le condizioni di ciascuna delle persone che si rivolgono al marchio e rispondere di conseguenza in modo che l’individuo in questione sperimenti un senso di vicinanza che inneschi l’empatia. La cosa facile è rispondere a qualcuno; la cosa difficile è scoprire o persino identificare la personalità di un individuo per rispondere di conseguenza. Essere in grado di raggiungere questo livello non è un compito facile e sarà necessario che il comunicatore nei social network sia un esperto di comunicazione e una persona empatica.

Una buona comunicazione è un’arte. Ci sono persone che nascono con il dono della parola, con un’incredibile capacità di convincere, persuadere. Persone che sono capaci di trasformare la realtà solo dal modo in cui la descrivono. Queste sono le persone che un’azienda dovrebbe cercare. Ovviamente, avere una formazione adeguata nella comunicazione e persino nelle lingue dovrebbe essere un requisito fondamentale quando si seleziona il community manager.

 

Solo questione di empatia?

Questa capacità dovrebbe servire al comunicatore per interpretare correttamente i messaggi che riceve, spesso con scarsa informazione o scarsamente strutturata. Conoscere a fondo il funzionamento della società e il prodotto o il servizio di cui un portavoce contribuirà notevolmente a leggere tra le righe e il know how per interpretare correttamente i messaggi a volte disgiunti ricevuti. Tutto per evitare di chiedere di nuovo a cosa si riferisce il soggetto, poichè può portare a creare un senso di incomprensione che suppone che l’utente percepisca improvvisamente il marchio come un essere distante, che non lo capisce.

È molto importante, quindi, che il comunicatore nei social network rilevi e controlli l’umore del suo interlocutore, anche nei casi più ambigui. Stranamente, a volte non è facile distinguere da un commento decontestualizzato se l’utente è arrabbiato o sta semplicemente scherzando. Sarà necessario che il responsabile della community sappia come differenziarlo e, nel caso in cui sia arrabbiato, offrire una risposta che soddisfi completamente o, almeno, il più possibile.

Ciò si ottiene attraverso diverse linee guida che devono essere seguite nel messaggio di risposta, ad esempio mostrando un particolare interesse nel conoscere il caso, permettendo di vedere la volontà di aiutare, prendendo le distanze dal marchio o il reparto che l’utente crede colpevole del suo problema e fargli capire che siamo vicini a lui con sottigliezza, usare parole positive e rassicuranti e, soprattutto, farlo sentire ascoltato e percepire che capiamo che il suo problema è importante.

Federica DiFederica

Psicologia del “ghosting”: perché le persone scompaiono e non rispondono più su WhatsApp

Il “ghosting”, quel modo di scomparire dal rapporto con una persona, irrita molti a causa della mancanza di spiegazioni della persona che decide di chiudere definitivamente con il partner.

La parola è usata principalmente nelle relazioni sentimentali, che non si concludono faccia a faccia, ma semplicemente non rispondendo ai messaggi. Se vogliamo trovare una spiegazione, la scienza è dalla nostra parte.

 

Cosa dice la scienza

La spiegazione del perché il “ghosting” sia diventato così evidente e frequente è dovuto alla divulgazione delle nuove tecnologie: se stiamo inviando messaggi al nostro partner e, improvvisamente, la comunicazione viene interrotta dall’altra parte, capiamo chiaramente che non vuole parlarci. Questo rende la rottura molto più difficile di prima, ovvero di quando queste nuove tecnologie penetrassero nelle nostre vite.

Il ghosting ha anche a che fare con il modo in cui le relazioni sono cambiate, in un momento il cui l’essere presenti online è più facile che mai. Tara Collins, professore associato di psicologia presso Winthrop South Carolina University, ha spiegato che, in assenza di stretti legami (ad esempio, l’assenza di un legame sociale comune), è più facile andarsene e scomparire senza lasciare sequel. Collins dice anche che le persone a cui non piace avere una “vicinanza emotiva” hanno maggiori probabilità di sparire.

Ma cosa ne è delle persone che soffrono di ghosting?Alcune ricerche suggeriscono che questa forma di rigetto colpisca il cervello allo stesso modo del dolore fisico. Apparentemente, potrebbe essere perché queste persone considerano più offensivo interrompere una relazione tramite WhatsApp anziché faccia a faccia. Se qualcuno attua questo atteggiamento, la cosa migliore, secondo gli specialisti, è lasciare andare il fantasma, perché ha già dimostrato come gestisce le relazioni.

Inoltre, una buona difesa è non spiare i suoi profili sui social network e terminare con la comunicazione diretta. La salute mentale ringrazierà.

Uno studio dello scorso anno si è basato su un campione di 1.300 persone per approfondire la conoscenza che abbiamo del “ghosting”. Di questi, il 25% ha affermato di aver subito il “ghosting” di una coppia, mentre il 20% ha dichiarato di averlo fatto a qualcuno. Questa abitudine sembrava più comune tra gli amici che tra i partner. Un altro studio, anch’esso del 2018, ha dimostrato che le percentuali sono in aumento: quasi due – terzi dei partecipanti ha sostenuto di essere sparito dalla coppia e il 72% ha dichiarato di averlo subito.

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