TikTok e i video che portano al suicidio: il perchè di un fenomeno sempre più complesso

Posted On By FedeVit
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L’ultimo caso di suicidio dovuto ai numerosi video scioccanti apparsi sui social media, su TikTok nello specifico, è forse il più tragico (rispetto a quello che deve ancora, inesorabilmente, verificarsi). Spesso virali, questi video fanno breccia nelle menti dei bambini e degli adolescenti, quelle, per intendersi, più fragili nel constatare cosa sia giusto e sbagliato.

 

Paura di perdere

Mentre siamo intenti a dire la nostra sull’ennesimo caso di suicidio che circola sulle pagine del web, scopriamo il pericolo solo dopo che l’imponderabile è successo. Mentre evitiamo di far guardare questo o quel video inquietante, molti ragazzi lo hanno già visto. Le persone che invece non non ancora avuto modo di vederlo, dal canto loro, potrebbero essere tentate di guardarlo, semplicemente perché gli viene detto di non farlo. E’ inevitabile. È una reazione abbastanza comune voler guardare qualcosa quando questa ci viene vietata. Noi umani siamo curiosi per natura e vogliamo sapere perché qualcuno vuole impedirci di vedere o fare qualcosa che, a sua volta, ha già visto o fatto.

E poi c’è un nuovo fenomeno noto come FOMO – paura di perdere qualcosa – che colpisce i ragazzi in modo incredibilmente profondo. Vogliono essere sicuri di non perdere le ultime notizie, tendenze, ecc. FOMO li spinge a tenere il passo con le conversazioni dei loro amici.

Ma, per i genitori, questo è preoccupante. Prima di tutto, le piattaforme di social media affermano di prevedere tutti i tipi di misure in atto per proteggere i ragazzi dal vedere cose che non dovrebbero. Quelle protezioni non sono perfette e comunque sono esposti a immagini traumatiche. La maggior parte dei genitori sa che è essenziale per loro monitorare gli account dei social media dei propri figli. Ma è altrettanto vero che non sempre i genitori possono controllarli.

 

Essere consapevoli di quali sono i pericoli

La maggior parte di queste piattaforme prevede il controllo dei genitori. Ma, ancora una volta, non possiamo semplicemente fidarci del fatto che i filtri facciano effettivamente il proprio lavoro e che i ragazzi siano “al sicuro”. Non lo sono. Una saggia interazione con i social media include la conoscenza dei filtri e dei controlli parentali disponibili, combinati con un rapporto in cui si parla regolarmente con i figli, ci sia comunicazione e scambio.

E’ essenziale proprio la comunicazione. Parlare con loro delle loro reazioni a video dubbi in cui si sono imbattuti e di ciò a cui hanno pensato e provato quando l’hanno visto potrebbe essere necessario. Avere l’opportunità di discutere a fondo la loro reazione può fare molto per ridurre al minimo gli effetti dell’esposizione. In molti casi, lasciare che si sfoghino, ascoltino, parlino e scambino idee per prevenire l’esposizione in futuro potrebbe essere tutto ciò di cui un figlio ha bisogno per adattarsi e andare avanti.

 

Suicidio: una tendenza in aumento

Sfortunatamente, questa è anche una tendenza prevalente nella nostra cultura attuale: tassi crescenti di depressione, ansia e suicidio. Tra i 10-34 anni, il suicidio è la seconda causa di morte. È di vitale importanza che i genitori parlino di suicidio con i propri figli. Ancora una volta è il dialogo la medicina. Ma non solo spiegando loro quali siano le insidie. Sarebbe già incoraggiante spronarli a constatare che c’è un mondo anche fuori dal social.

Spesso demonizzati, infatti, i social network sono un ambiente come tanti ce ne sono dentro e fuori Internet. La chiave è essere genitori dentro e fuori di essi. Avere un figlio dentro non casa non innesca quella tranquillità che non si avrebbe se fosse in giro “chissà dove”. Lasciarli soli, non capire e percepire uno stato di malessere è una sorta di fallimento che ci dovrebbe portare a riflettere. I social sono “cose”, i genitori sono “persone”. Lasciare i figli in mano a “cose” comporta un pericolo. E la colpa non è certo di una “cosa”. Occorre arginare il problema a monte, forse.

Image by Rainer Maiores from Pixabay

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