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Ogni giorno, ogni santo giorno, aprendo Facebook o ascoltando telegiornali siamo investiti di parole: “zone calde“, “lockdown”, “pandemia”, “smartworking”. Anche le nostre conversazioni sono disseminate di termini come “quarantena” e “isolamento”. I leader politici e virologi, dal canto loro, sollecitano il distanziamento sociale, il “zona di contenimento” e l’“appiattimento della curva”. Mentre un accessorio che attribuivamo a infermieri o asiatici è diventato un’espressione per dichiarare sé stessi: la “mascherina”.

In un istante, il nostro vocabolario è cambiato, proprio come tutto il resto.

Sembra ieri che ci si riversava su Google per fare le ricerche più disparate, magari chiedendo spiegazioni su cosa fosse il “caucus” per chiarezza sul processo politico americano – da non confondere con cactus, magari per alcuni! – o “assoluzione” per decodificare il verdetto del Senato sull’impeachment del presidente Donald Trump. Ora, coloro che si rivolgono ai dizionari online stanno analizzando la differenza tra epidemie e pandemie, ventilatori e respiratori, alla ricerca di risposte in bianco e nero di fronte alla totale incertezza.

 

Le parole contano

Ma, soprattutto, contano perchè forniscono al tempo stesso conforto e ordine nel caos. Forniscono solidarietà in un’epoca di allontanamento sociale. E di sterilità culturale.

Trump ha passato settimane a spazzare via la gravità della crisi, pubblicizzandosi poi come “un presidente in tempo di guerra” che guida la lotta contro il virus. Il governatore di New York Andrew Cuomo ha equiparando i ventilatori a “missili” in battaglia. Il presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato senza mezzi termini: “Siamo in guerra“.

In tutto il mondo, le parole tipicamente usate in relazione a ricadute nucleari, cecchini, tempeste mortali e guerra vengono ora utilizzate per discutere di malattie.

John Baugh, linguista presso la Washington University di St. Louis, afferma che i medici cercano disperatamente di scuotere l’attenzione del pubblico, usando metafore che pensano possano trasmettere la gravità del problema. I politici potrebbero fare lo stesso o tentare di trarre vantaggio dalla catastrofe. “Hanno lo scopo di attirare l’attenzione, sia che sia politicamente motivato o per qualche altro motivo“, ha detto Baugh.

Dopo che il virus ha travolto la Cina, insomma, non solo il nostro modo di vivere e relazionarci è radicalmente cambiato. Ma abbiamo avuto un fioccare di nuovi termini e prestiti linguistici che si sono insinuati nel nostro modo di parlare, formale e informale. Mentre il COVID-19 si trasferiva in Occidente, tuttavia, il significato di tali termini si è trasformato e le definizioni dei leader del gergo dei disastri sono state tanto varie quanto le interpretazioni del pubblico.

Ma quale termine ha identificato in misura maggiore ed eclatante un 2020 virulento e cinico? La gente sperava di uscirne indenne. Con il risultato che, al contrario, non solo non ne è uscita affatto, ma deve fare i conti con nuove abitudini. Che implicano anche il saper capire di cosa si sta parlando.

Photo by Edwin Hooper on Unsplash