Il volto della pandemia indossa una mascherina. Si è mostrato a marzo ed è il volto della sorpresa. Perchè ci ha sorpreso tutti. Era il volto di chi non sapeva cosa fare e di chi o di cosa ci si trovava davanti e si doveva fronteggiare. Poi è diventato il volto della disperazione perchè non sapevamo cosa fare, compensato dal volto della solidarietà che fronteggiava le centinaia di morti ogni giorno.

Oggi è il caratteristico aspetto di chi si incontra per strada, spesso utilizzato come un dialogo senza parole ma che diventa qualche volta addirittura più importante di quando, in condizioni normali, diventa l’espressività di quello che noi siamo attraverso lo sguardo e le espressioni.

Gli occhi sono lo specchio dell’anima, si dice. La rappresentazione visibile del nostro interiore può essere distorta. Se analizziamo queste espressioni, quelle del viso che riescono a trapelare dalle mascherine più disparate, condizioni patologiche diventano manifestazione e pressione di un danno più profondo, un disagio importante dal punto di vista neurologico, quello proprio della paura e del panico.

Paradossalmente, nel momento storico che stiamo vivendo, affrontiamo il presente con l’intento di “mascherare” il nostro viso per difenderci ma “smascherando” la nostra vera anima. Pensiamoci bene: quante volte ci troviamo per strada, incontriamo qualcuno ma non lo riconosciamo? O ci salutiamo ma non siamo convinti di chi l’altro sia? Eppure, è possibile sostenere che, oggi, siamo più “veri” davanti agli schermi di un PC o di uno smartphone visto che, di mascherine, non ne abbiamo bisogno mentre scriviamo, commentiamo, condividiamo?

Io penso che proprio questo sia il paradosso di questo momento. Smascheriamo di più mascherandoci. Eppure, le maschere, in passato, erano il paradigma dello scherzo, della goliardia. Pensiamo ai vari carnevali o alle feste in maschera cui molti amano interpretare quel che non sono per una manciata di ore? Oggi, quelle maschere, non sono Pulcinella o Pinocchio, ma mascherine chirurgiche o riutilizzabili dove, queste ultime, sono proprio l’accessorio che ci contraddistingue. Le scegliamo in base al nostro essere, spesso con disegni e fantasie che ci vogliono rappresentare, giustificando e compensando in parte quell’assenza data dalle espressioni facciali e, nel caso delle donne, del make up.

Tuttavia, al computer, leviamo qualsiasi tipo di maschera e diventiamo ciò che siamo. Ci è forse più facile veicolare il nostro messaggio – laddove se ne abbia uno – utilizzando i social network come “accessorio”.

E’ forse questa l’eredità più allucinante di questo 2020. Mascherarci per sopravvivere e smascherarci per farci conoscere. Mentre una mascherina che, in passato, associavamo all’immaginario della persona asiatica che, per cultura ed esigenza, l’ha sempre indossata, abbiamo imparato ad usarla – in alcuni casi anche in maniera forzata – per difesa personale e altrui. Ma per molti è anche il preludio per nascondersi, non accennare un saluto o un sorriso. E’ difficile decifrare le espressioni quando si parla, proprio come accade quando si scrive. In maniera diametralmente opposta, sembra oggi più semplice “leggere tra le righe” di quanto leggiamo e comprendere l’autore del messaggio perchè senza filtri.

E’ forse questa una nuova forma di comunicazione? Una mascherina chirurgica che giunge allo sguardo prima di noi? O un commento su un qualsiasi social non supportato da alcun accessorio che pone distanza mimica tra noi e chi legge?

Photo by Evgeni Tcherkasski on Unsplash