solitudine

La pandemia ci costringe nelle nostre case, sebbene le spranghe della gabbia dorata delle nostre case soffochino le nostre aspirazioni. Negazionisti e virologi dell’ultimo minuto martellano il diavoletto sulla spalla che ci sussurra che tutto questo è ingiusto. E’ ingiusto sì, ma sarebbe ancora più ingiusto perseverare nel negare quanto sta accadendo in nome del bastian contrario, negando sensibilmente anche i dati che ogni giorno siamo costretti ad ingoiare.

Per lavoro, spesso, sono a casa. Fortunatamente, il mestiere di scrivere – dipendentemente dal ruolo che si ricopre e dal tipo di input che gli si vuole dare – non comporta grossi spostamenti. Tutto ciò implica aspetti positivi ed altri negativi.

Essendo abituata alla vita domestica, il non dover correre a prendere i mezzi o a nuotare nel traffico per raggiungere in orario il posto di lavoro è già di per sé un fattore molto positivo. Vogliamo mettere poi il non dover per forza convivere in un ambiente in cui, spesso, c’è qualche collega che non si sopporta? In ogni ufficio o ambito lavorativo c’è il personaggio indigeribile con il quale non si condividerebbe neppure un pasto frugale. Siamo già a metà del gioco.

Per molti, il non avere orari è un aspetto sia positivo che negativo. E’ anche vero che proprio il non averne, molto spesso, determina un “allungamento” nel tempo dei propri compiti. Chi lavora in smartworking da tempo lo sa e chi lo fa da alcuni mesi ha imparato la lezione. Ma, probabilmente, tutto questo è anche un concetto legato alla nostra “italianità”: siamo animali sociali e il “lavoro agile” (termine orribile che non trovo per niente associabile al concetto di smart) ci calza male come un vestito di tre taglie in meno. Inoltre, abbiamo continuamente bisogno di controllo e non necessariamente il nostro, ma quello che viene “dall’alto”, da un capo che ci riporta alla scrivania se stiamo perdendo troppo tempo.

Siamo un po’ bambini, quegli stessi bambini nostri figli che non accettano (o sono gli stessi genitori a non accettarla) la didattica a distanza, sebbene sia risaputo che esistono malattie come la dipendenza da smartphone o da Internet. Sembra che il concento stesso di navigare online sia sostanzialmente associabile al gioco, alla socialità, al momento di svago ma non possa essere associato ad una lezione che per esigenza, badate bene, oggi è auspicabile.

In altri Paesi, chi più chi meno, tutto questo lo hanno accolto molto prima di noi. Certo, magari ci sono esigenze diverse, abitudini diverse, accettazioni diverse, inclinazioni diverse. Ma sicuramente noi patiamo molto di più una certa insofferenza a quanto ci viene non solo imposto, ma anche e solo consigliato. Il contrario di quanto detto è sempre l’opzione migliore.

Ritornando a monte…

Scrivo ad un PC, scrollo il display dello smartphone più o meno regolarmente durante il corso della giornata. Appena apro gli occhi, appena li chiudo, il meccanismo è sempre e solo quello. Nel corso della giornata – e nel corso di questi ultimi mesi – mi sono abituata a vedere costantemente dalle 4 alle 5 persone: gli stessi visi, le stesse voci. Una sorta di meccanismo di difesa che ha ristretto i miei orizzonti e le mie aspirazioni. Faccio quel che facevo prima in modo più automatico. Questa volta imposto. Una routine che, quando si interrompe per qualsivoglia commissione si intrometta nell’agenda, provoca ansia e inquietudine.

Riprendere la macchina, vedere posti familiari ma ora così estranei, come se una coltre di anormalità si fosse posata su cose e persone come una coltre di neve che sospende tutto: questa semplicità toglie il respiro. Quel che prima ci sembrava normale, a volte persino prassi, oggi è un qualcosa che si interpone ferocemente tra noi e la rigidità fluida di una vita in costante sospensione. Come il volo di un gabbiano, controvento.

Quanto durerà tutto questo? Difficile dirlo. Ma è bene prendere coscienza che meno si fa, più si allungano i tempi di un ritorno alle nostre vite pre-Covid, come oggi si suole dire. Sarebbe anche auspicabile che ognuno facesse la sua parte affinchè i sacrifici siano spalmati sulle vite di ognuno e non di quelli più ligi al senso del dover che, poi, soffrono di insoddisfazione tra le sbarre di quella gabbia dorata, in silenzio.

Sono cambiati i modi di socializzazione, i mezzi di comunicazione. Accettiamoli con garbo, ma non releghiamoli in un angolo solo perchè oggi sono necessari e, quindi, ci sentiamo in dovere di rifiutarli a prescindere. Sui social network, un tempo, si scherzava sull’asocialità intrinseca in ognuno di noi. Perchè oggi abbiamo scoperto la movida (altro termine orribile!)? Non si chiede di recidere qualsiasi tipo di rapporto umano, ma solo di arginarlo per il bene comune. E per poter, un giorno, riprendere ad uscire e a non guardarci davvero più attraverso un schermo freddo di PC che, si voglia o no, accorcia le distanze.