Stress lavoro-correlato: i 5 fattori che mettono a rischio la salute

Quando il lavoro diventa una fonte di stress cronico

Lo stress lavoro-correlato non è semplicemente la stanchezza accumulata dopo una giornata particolarmente intensa. Può diventare un problema di salute quando le richieste del lavoro superano in modo persistente le risorse della persona e quando l’organizzazione espone i lavoratori a condizioni psicologicamente sfavorevoli. Secondo l’EU-OSHA, uno stress prolungato può associarsi a problemi di salute mentale, tra cui ansia, depressione e burnout, ma anche a conseguenze fisiche, comprese quelle cardiovascolari.

Il tema, quindi, non riguarda soltanto il singolo lavoratore. Ha una dimensione organizzativa, sociale ed economica. Una ricerca commissionata dall’European Trade Union Institute (ETUI), pubblicata nel 2025, ha analizzato il peso di cinque esposizioni psicosociali sul rischio di depressione e malattie cardiovascolari nell’Unione europea. Lo studio considera job strain, orari superiori alle 55 ore settimanali, insicurezza lavorativa, squilibrio tra sforzo e ricompensa e bullismo sul posto di lavoro.

1. Quando le richieste aumentano e il controllo diminuisce

Uno dei fattori individuati è il cosiddetto job strain, cioè la combinazione tra elevate richieste psicologiche e una ridotta possibilità di decidere come affrontarle.

È una situazione che può produrre una particolare esperienza psicologica: sentirsi responsabili di ciò che accade senza avere realmente il potere di modificarlo. Le richieste possono essere cognitive, emotive, relazionali e organizzative: rispettare scadenze, gestire molte persone contemporaneamente, prendere decisioni rapide, mantenere concentrazione e disponibilità anche quando le risorse sono insufficienti.

Il problema, in questo caso, non è necessariamente lavorare molto. È la sproporzione tra ciò che viene richiesto e il margine di autonomia disponibile.

Quando questa condizione diventa cronica, la persona può iniziare a percepire il lavoro come una situazione dalla quale è difficile uscire o che non è possibile modificare. La sensazione di intrappolamento può alimentare frustrazione, impotenza e progressivo esaurimento delle risorse psicologiche.

2. Oltre 55 ore di lavoro: quando il recupero scompare

Un secondo fattore riguarda gli orari di lavoro molto prolungati, individuati nello studio ETUI nella soglia superiore alle 55 ore settimanali. La questione non riguarda soltanto il numero di ore trascorse fisicamente sul posto di lavoro.

Dal punto di vista psicologico, una parte fondamentale del problema riguarda il recovery, cioè il recupero delle energie fisiche e mentali dopo l’attività lavorativa. Quando il lavoro occupa una porzione sempre maggiore della giornata, diminuisce lo spazio destinato al sonno, alle relazioni, alle attività piacevoli e semplicemente al non fare.

Il confine tra lavoro e vita personale può diventare progressivamente più sottile. E-mail, messaggi, telefonate e pensieri professionali possono continuare anche quando la giornata lavorativa è formalmente terminata.

Il risultato può essere una condizione nella quale il corpo si ferma, ma la mente continua a lavorare.

Le evidenze raccolte dall’ETUI collegano inoltre gli orari molto lunghi a conseguenze sulla salute cardiovascolare e mentale.

3. L’insicurezza lavorativa e il senso di minaccia

Il terzo fattore è l’insicurezza lavorativa, ovvero la percezione di non poter contare sulla continuità del proprio lavoro.

Non è necessario che una perdita occupazionale sia già avvenuta perché questa condizione abbia conseguenze psicologiche. Anche l’incertezza prolungata può mantenere la persona in una condizione di allerta: Quanto durerà il mio contratto? Cosa succederà se l’azienda cambia? Sarò ancora necessario? Potrò permettermi di rifiutare questa richiesta?

L’incertezza rende difficile programmare il futuro e può alimentare una forma di preoccupazione anticipatoria. La mente rimane orientata alla ricerca di possibili minacce, mentre diventa più difficile sperimentare quella sensazione di stabilità necessaria per recuperare energie.

La ricerca ETUI ha individuato l’insicurezza lavorativa tra i cinque principali fattori psicosociali associati agli esiti considerati nello studio.

4. Quando lo sforzo non viene riconosciuto

Un altro elemento è lo squilibrio tra sforzo e ricompensa. Si verifica quando l’investimento richiesto al lavoratore non trova una corrispondente ricompensa in termini economici, riconoscimento, stabilità, possibilità di crescita o considerazione professionale.

La questione è profondamente psicologica perché il lavoro non rappresenta soltanto una fonte di reddito. Può essere anche uno spazio nel quale una persona costruisce identità, autostima, appartenenza e senso di efficacia.

Quando il messaggio percepito diventa “devo dare sempre di più, ma ciò che faccio non viene visto”, può svilupparsi una progressiva perdita di motivazione. Lo squilibrio può trasformare l’impegno in risentimento e la responsabilità in una sensazione di sfruttamento o di mancata reciprocità.

Le evidenze raccolte dall’ETUI associano questo squilibrio anche a problemi di salute, sottolineando il ruolo della mancanza di reciprocità tra ciò che il lavoratore investe e ciò che riceve.

5. Il bullismo sul posto di lavoro

Il quinto fattore riguarda il workplace bullying, cioè la presenza ripetuta di comportamenti ostili, umilianti o intimidatori nell’ambiente professionale.

Qui la dimensione relazionale assume un’importanza centrale. Essere svalutati, isolati, ridicolizzati o sottoposti sistematicamente a comportamenti aggressivi può modificare profondamente il modo in cui una persona percepisce se stessa e il proprio ambiente.

Con il protrarsi della situazione possono comparire ansia, sintomi depressivi, insonnia, perdita di fiducia nelle proprie capacità e senso di impotenza. L’ETUI include il bullismo tra i cinque rischi psicosociali analizzati in relazione a depressione e malattie cardiovascolari.

Uno degli aspetti più delicati è che la sofferenza può accompagnarsi alla vergogna. La persona può iniziare a chiedersi se stia esagerando, se abbia commesso qualche errore o se sia davvero legittimata a chiedere aiuto. In questo modo, una situazione esterna può progressivamente trasformarsi in un problema interiorizzato.

Non è sempre un problema di resilienza individuale

Parlare di stress lavoro-correlato esclusivamente in termini individuali rischia di spostare tutta la responsabilità sulla persona: imparare a rilassarsi, organizzarsi meglio, gestire le emozioni, diventare più resilienti.

Queste strategie possono essere utili, ma non possono sostituire la prevenzione organizzativa. L’ETUI sottolinea infatti che i rischi psicosociali derivano anche dal modo in cui il lavoro viene progettato, organizzato e gestito.

Anche i dati più recenti dell’EU-OSHA mostrano quanto il fenomeno sia diffuso: nel 2024, il 43% degli stabilimenti europei coinvolti nell’indagine ESENER ha segnalato la pressione temporale come rischio psicosociale e il 39% disponeva di piani d’azione per affrontare lo stress.

La salute mentale entra finalmente nell’organizzazione del lavoro

Considerare lo stress lavoro-correlato come una questione di salute mentale significa quindi ampliare lo sguardo. Non chiedersi soltanto “Come posso sopportare meglio questo lavoro?”, ma anche “Quali condizioni stanno producendo questa sofferenza?”.

Carichi eccessivi, scarsa autonomia, orari incompatibili con il recupero, precarietà, mancato riconoscimento e relazioni professionali ostili non sono semplicemente caratteristiche spiacevoli del lavoro. Possono diventare fattori di rischio per la salute.

La prevenzione richiede perciò un doppio livello: sostenere la persona quando la sofferenza è già presente e, contemporaneamente, intervenire sulle condizioni che la alimentano.

Perché il benessere psicologico sul lavoro non dovrebbe dipendere dalla capacità di ciascuno di resistere all’infinito. Un ambiente di lavoro sano non è quello nel quale le persone imparano semplicemente a sopportare lo stress, ma quello nel quale le condizioni che lo producono vengono riconosciute e affrontate.