Autismo e comunicazione: diverso non significa sbagliato

Parlare non è sempre capirsi

Le persone autistiche non comunicano meno: comunicano in modo diverso.
È questa la conclusione di uno studio sempre più citato nel campo della psicologia e delle neuroscienze, che ribalta una convinzione radicata. Le difficoltà nei dialoghi tra persone nello spettro autistico e persone neurotipiche non derivano da un “difetto” degli autistici, ma da una differenza nei codici comunicativi.

La cosiddetta “doppia empatia” — teorizzata dallo psicologo Damian Milton — spiega esattamente questo: quando due persone appartenenti a mondi percettivi differenti si incontrano, la comunicazione si inceppa non perché uno dei due “manca” di empatia, ma perché parlano linguaggi diversi.

Lo studio che cambia prospettiva

Una ricerca pubblicata su Nature Scientific Reports ha osservato centinaia di interazioni tra persone autistiche, neurotipiche e gruppi misti.
Il risultato?
Quando due persone autistiche comunicano tra loro, la comprensione reciproca è alta, fluida e coerente.
Le difficoltà emergono invece nelle interazioni miste, dove differenze nei segnali sociali — come toni di voce, gesti, tempi di risposta o contatto visivo — possono creare fraintendimenti.

In altre parole, non è la persona autistica a “mancare di empatia”, ma è il modello neurotipico a non saper leggere un codice differente dal proprio.

Un nuovo sguardo sull’empatia

Per decenni, l’autismo è stato interpretato attraverso una lente deficitaria: difficoltà comunicative, rigidità comportamentali, scarsa empatia.
Oggi la scienza suggerisce di ribaltare la narrazione.
Le persone autistiche elaborano e comunicano le emozioni in modo differente, non assente.
L’empatia c’è, ma segue un canale proprio, spesso più sensoriale, diretto e sincero, meno filtrato dalle convenzioni sociali.

Molti autistici, ad esempio, trovano difficile sostenere il contatto visivo prolungato o modulare il tono della voce secondo gli standard sociali. Ma questo non significa che non siano presenti, partecipi o affettuosi. Significa che stanno comunicando secondo un’altra grammatica emotiva.

Il peso dei pregiudizi

Il problema, allora, non è la mancanza di capacità comunicativa, ma la mancanza di ascolto reciproco.
Quando il mondo neurotipico interpreta le differenze come anomalie, contribuisce a creare isolamento e ansia sociale nelle persone autistiche.
Molti riferiscono di sentirsi “sbagliati” o di dover “recitare” per essere accettati — un fenomeno noto come masking, cioè la mascheratura comportamentale.

Riconoscere che esistono diverse modalità valide di comunicare è un passo fondamentale verso l’inclusione reale.

Come costruire un dialogo più equo

Comunicare con una persona autistica non richiede formule complesse, ma attenzione e rispetto.
Ecco alcuni principi di base:

  • Lascia tempo e spazio. Le risposte possono richiedere più tempo, ma non sono meno autentiche.
  • Riduci il linguaggio implicito. Le metafore, l’ironia o i sottintesi possono confondere; la chiarezza è un gesto di cura.
  • Non forzare il contatto visivo. L’ascolto può avvenire anche senza sguardi prolungati.
  • Accetta il silenzio. Non sempre la comunicazione passa dalle parole; anche il silenzio è espressivo.
  • Impara ad ascoltare diversamente. Spesso le emozioni autistiche si esprimono attraverso gesti, interessi, routine, o piccoli dettagli affettivi.

Comunicare è incontrarsi, non correggersi

La lezione più importante di queste ricerche è chiara: diverso non significa sbagliato.
Le persone autistiche non vivono “fuori dal mondo”, ma in un mondo che raramente si ferma ad ascoltarle davvero.
Imparare a leggere il loro linguaggio — fatto di autenticità, precisione e sensibilità — non è un atto di tolleranza, ma di evoluzione culturale.

Comunicare, in fondo, non è imporre un codice, ma crearne uno insieme.
E forse, in quel punto d’incontro tra due modi diversi di sentire, nasce la forma più pura di empatia.