Dopo un attacco terroristico, i social media possono fare più danno che bene

Federica DiFederica

Dopo un attacco terroristico, i social media possono fare più danno che bene

Come condividere informazioni su un attacco terroristico sui social media aiuta i terroristi a diffondere il loro messaggio. Facciamo una riflessione. Non è proprio questo che vogliono? Dopotutto, la parola “terrorismo” ha come origine il “terrore”. E sui social media tutto si diffonde. E noi facciamo il loro gioco.

Molti hanno saputo dell’attacco di Manchester e Londra – solo per citare i più recenti in ordine di tempo – guardando i propri smartphone. Abbiamo ricevuto avvisi di notizie, abbiamo visto i video pubblicati su Facebook e tweet su Twitter. Forse, chi ha avuto la sfortuna di essere in quel momento sul posto sbagliato, ha anche inviato alcuni dei suoi. Ma proprio questo potrebbe non essere la cosa migliore da fare. Perché è sui social media che tutti condividono informazioni, è dove le forze dell’ordine scoprono cosa sta succedendo ed è dove i media vanno per scoprire cosa sta succedendo. Quindi, se contribuiamo, probabilmente stiamo aggiungendo “rumore”.

Qual è il danno causato dalla condivisione di informazioni sugli attacchi sui media sociali?

Il potenziale danno è quello di amplificare l’obiettivo del terrorismo, che non è solo quello di uccidere, ma di incitare in realtà la paura in generale. E quando si postano le immagini coraggiose di chi ha contribuito alla situazione, quel che si sta facendo è diffondere la paura di un piccolo gruppo in un luogo e agli occhi del mondo. E questo è l’obiettivo esatto.

I terroristi sono alcuni degli utenti più esperti al mondo in materia di social media. Svilupperanno la loro propaganda in forma di meme in modo che sia facilmente condivisibile. Ma in aggiunta, un altro rischio è che i terroristi vogliano condividere tante informazioni per confondere. Ad esempio, a Manchester, essi hanno usato Telegram per far sapere che il pericolo fosse in città, ma non era vero. Tuttavia, la gente ha preso sul serio e diffuso su Twitter. Diffuso e confuso.

Che dire, dunque, delle grandi piattaforme online come Facebook e Twitter? Il loro coinvolgimento nell’impedire la diffusione di materiale sensibile è molto acceso. Twitter ha sospeso 636.248 account collegati al terrorismo tra il mese di agosto 2015 e il dicembre 2016. Facebook, Twitter, YouTube e Microsoft hanno collaborato per cercare di utilizzare l’intelligenza artificiale con l’obiettivo di scardinare questo tipo di propaganda terroristica e di immagini violente su tutte le loro piattaforme. È un compito incredibilmente difficile, ma stanno cercando di farlo seriamente.

Un altro aspetto da considerare è il rapporto tra i social media e la rete dei media veri e propri.  Quello che noi mettiamo online spesso finisce in televisione. Purtroppo gli utenti di social media non hanno considerato questo dato. Tutto quello che diciamo, tutto ciò che condividiamo sarà visto dai giornalisti televisivi e potenzialmente trasmesso in televisione. Sui social media si deve essere consapevoli del fatto che ciò che facciamo online può amplificare questo tipo di terrorismo.

Ora, le persone si affidano ai social media per buoni motivi durante questi eventi, ovvero per trovare o offrire aiuto. Ma come si raggiunge questo equilibrio? La prima cosa da fare è fermarsi e pensare prima di rivedere o condividere qualcosa. Le informazioni che condivido sono potenzialmente utili? Una cosa interessante da sapere degli attacchi recenti è che le forze dell’ordine inglesi hanno tweetato chiedendo di inviare direttamente le immagini a loro, i quali poi avrebbero capito cosa fare per fare giustizia. Ma, per favore, di non condividere nulla sui social media perché avrebbe traumatizzato le persone sopravvissute e le famiglie delle vittime.

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