Approfondimenti

Federica DiFederica

Fake News, una nuova espressione per una vecchia abitudine

L’uso del termine inglese “Fake News” (notizie false) si è moltiplicato negli ultimi mesi grazie ai media. Un’espressione che designa una informazione volutamente falsa che, di solito, circola su Internet.

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Chi è il brand journalist e cosa fa: la nuova era del giornalismo che racconta le aziende

Le grandi aziende come HSBC, Coca-Cola e American Express hanno sviluppato sui propri portali diversi contenuti, una tendenza che cresce man mano che i mezzi di comunicazione asfaltano qualsiasi altro espediente pubblicitario. Prima le aziende erano solo una “notizia”, ora la “fanno”. La comunicazione aziendale si è spostata dal comunicato stampa ai portali interni con uno sviluppo autonomo e in grado di tenere il passo e, addirittura superare, le pubblicazioni dei media mainstream.

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È da codardi nascondere la propria identità online?

Si risponde ai blog, alle notizie lette e su altri siti online riguardo qualsiasi cosa attraverso un nome falso. La domanda è: perché? Perché nascondersi? Nel corso degli anni, sui vai blog che ho “partorito” e sui diversi siti sui quali ho scritto, ho scoperto che i post più velenosi, cattivi e incivili erano scritti quasi sempre da persone “nascoste” dietro un nome falso. C’è semplicemente un rifiuto di responsabilità quando si invia un commento da anonimi. Questo è probabilmente il motivo per cui molti siti iniziano a richiedere l’uso di nomi reali se si desidera rispondere.

Non molto tempo fa, il direttore marketing di Facebook (e la sorella del fondatore Mark), Randi Zuckerberg, ha annunciato che l’anonimato “dovrebbe essere eliminato”. In quell’occasione, aggiunse: “Penso che l’anonimato su Internet debba essere evitato. Le persone si comportano molto meglio quando hanno i loro nomi reali in evidenza. Penso che le persone si nascondono dietro l’anonimato e credono di poter dire tutto ciò che vogliono dietro le porte chiuse”.

Credo che se tutti noi postassimo o commentassimo sotto nomi reali, il livello di cattiveria diminuirebbe e il livello complessivo di discussioni e conflitti diminuirebbe, per veder aumentare, al contrario, opinioni e scambi di punti di vista. In particolare, le persone dovrebbero essere sensibilizzate ad essere responsabili delle loro opinioni, delle accuse e delle idee.

Agli albori di Internet, tutti si preoccupavano degli stalkers. Ma, oggi, semplicemente regolando le impostazioni di Facebook si finisce per non essere più preoccupati di chi ci legge, segue o spia. Ma è bene che, interagendo, si faccia sapere chi si è. Basta, dunque, a tramonti o profili dietro l’immagine di questo cantante o attore. O, volete mettere? Quell’uovo inquietante sul profilo anonimo di Twitter.

A mio parere, è un comportamento da codardo. Cosa ne pensate?

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Come disintossicarsi dalla iperconnettività

Pochi eventi mettono “ko” chi è realmente “drogato” di Internet. Pensiamo, ad esempio, alla “caduta” di WhatsApp un mese fa, quando il servizio di messaggistica istantanea più utilizzato quotidianamente in tutto il mondo da oltre un miliardo di persone ha smesso di funzionare. Molti utenti sono caduti in una sorta di depressione e stato d’ansia tipiche dei nostri giorni.

Il WhatsAppdown è stato un duro colpo in un’epoca in cui la tecnologia sembra infallibile e, secondo gli psicologi, ha mostrato come l’abuso di questo strumento stia diventando un problema globale. I segnali di pericolo non sono nuovi. Ma nuovi studi rivelano che WhatsApp, le abitudini di consumo che comporta e il modo in cui noi interagiamo con lo smartphone e, soprattutto, il tempo che vi trascorriamo dipendono da molti fattori. Tutti tendono ad essere preoccupanti.

Il panorama non è confortante. Questa è la prova che la gente preferisce a comunicare via WhatsApp, anziché tramite Facebook, Instagram e Twitter, o le dimenticate telefonate. In particolare, l’instant messaging (68 per cento) sono la forma più comune di interazione, soprattutto sui social network (64 per cento) e voce (59 per cento).

Dipendenza da “linea”

WhatsApp è già la forma preferita di comunicazione. Ma si sta in qualche modo esagerando? Quando si può considerare questo strumento e le reti sociali una dipendenza? Psicologi, professori e specialista in ‘neurofeedback’ definiscono il limite della dipendenza, segnato dalle caratteristiche di ogni persona. In sostanza, si può parlare di dipendenza quando i comportamenti ossessivi isolano le persone dalla loro realtà e dalla normalità. Ciò significa che le attività quotidiane, come mangiare e dormire, sono rinviate per la dipendenza in oggetto. In questo caso, WhatsApp.

Le persone non ammettono la loro dipendenza e, in questo caso, giustificano la loro ossessione da WhatsApp o dai social network come questione puramente lavorativa. E’ difficile per una persona accettare una dipendenza, perché ci sono migliaia di ragioni per giustificare comportamenti di questo tipo. Rimane la convinzione che tutto è giustificabile. Ci sono piene capacità cognitive, ma la realtà è distorta.

Dipendenza a cosa?

Questo solleva una domanda ulteriore: a che cosa si tende ad essere dipendenti sui socila network? La necessità di essere informati e interagire con gli altri? La risposta potrebbe trovarsi in una sindrome che diversi autori hanno definito all’inizio di questo decennio come “la paura di perdere“, che potrebbe essere tradotto come “paura di perdere qualcosa“. E si parla di un bisogno di essere collegati tutto il tempo per non perdere i dettagli sui contatti dei social network.

Inoltre, v’è un fenomeno noto come “nomofobia”, che ha cominciato a far parlare di sé in questo decennio con l’avvento delle reti e viene spiegato come la paura irrazionale di dimenticare lo smartphone. Il termine deriva dall’espressione ‘non-mobile-phone fobia’ e considera la nomofobia “un disordine del mondo moderno che si riferisce a disagio o ansia causata da essere fuori contatto con un telefono cellulare o la paura patologica di non rimanere in contatto con la tecnologia“.

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La pubblicità: evoluzione e attrazione, dalla radio alla TV e Internet

C’è chi sostiene che l’atto di fare pubblicità sia, in realtà, una tendenza molto naturale. Ci sono colori e forme meravigliose; canzoni ed anche esseri umani felici e sereni. E, questo, nel tentativo di convincere gli altri. Questa è la la pubblicità.

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Dopo un attacco terroristico, i social media possono fare più danno che bene

Come condividere informazioni su un attacco terroristico sui social media aiuta i terroristi a diffondere il loro messaggio. Facciamo una riflessione. Non è proprio questo che vogliono? Dopotutto, la parola “terrorismo” ha come origine il “terrore”. E sui social media tutto si diffonde. E noi facciamo il loro gioco.

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“Internet non funziona più”: parola del CEO di Twitter

L’ambiente online ha diversi problemi di contenuti che richiedono urgentemente una soluzione. Lo ha affermato il co-fondatore di Twitter Evan Williams. Questi ritiene che le piattaforme social tendono, infatti, ad incoraggiare comportamenti devianti e antisociali, esprimendo ad esempio rabbia e rammarico quando si è trattato della vittoria di Donald Trump. Ma questo è solo uno dei tanti casi.

Credo che Internet non funzioni più

E’ quanto ha dichiarato il co-fondatore di Twitter sulle pagine del New York Times. L’imprenditore americano sembra essere giunto a questa conclusione già da un po’ di tempo, ma la situazione è peggiorata ulteriormente. “E’ sempre più chiaro che Internet non funziona più“. Considerando che, di questi tempi, la gente usa Facebook o Instagram per trasmettere omicidi, stupri e aggressioni dal vivo, il fatto che Internet non sia esattamente il posto più sicuro è abbastanza chiaro ed evidente.

Nel frattempo, anche Twitter si trasforma travolto da questa rete di cinismo, molestie e commentatori abusivo. Fake news, nate per promuovere ideologie sbagliate o per generare profitti, sono all’ordine del giorno. Quattro su dieci adulti che usano Internet hanno rivelato che, almeno una volta nella loro vita, sono stati molestati online.

Pensavo che, se le persone fossero state in grado di esprimersi liberamente, il mondo sarebbe diventato un posto migliore. Ho sbagliato“, ha aggiunto Williams. “Il problema, con Internet, è il fatto che esso incoraggia tutto all’estremo. Ad esempio, si guida su una strada e si nota un incidente d’auto. Si tende a guardare. Ognuno fissa. Tuttavia, Internet interpreta questo comportamento come se la gente voglia vedere più incidenti“, ha concluso.

E non si può che dargli ragione considerando la mole di accadimenti che siamo soliti apprendere o assistere su quella piazza virtuale che è Facebook, o altri social network a seguire. E’ lì che tutto accade. Ed è ancora lì che tutto prende forma, opinione, commento.

Federica DiFederica

Si fa presto a dire “sono giornalista”!

Il giornalismo online ha portato certamente una ventata di informazione a 360° che solo vent’anni fa ci saremmo sognati. L’informazione online ha smosso e incuriositi anche i più atterriti da un articolo di due pagine. Tuttavia, ha degenerato il concetto effettivo, quello a monte, quello di giornalismo.

Cos’è il giornalismo?

Innanzitutto rispondiamo alla domanda: cosa è il giornalismo? Si tratta dell’attività di raccolta, di valutazione, di creazione e presentazione di notizie e informazioni. E’ anche il prodotto di tutte queste attività. Il giornalismo può essere distinto da altre attività e prodotti con determinate caratteristiche e pratiche identificabili. Questi elementi non solo separano il giornalismo da altre forme di comunicazione: essi sono ciò che lo rendono indispensabile nelle società democratiche. La storia rivela che una società quanto più è democratica, più notizie e informazioni tende ad avere. E a dare.

Cosa fa un giornalista?

Chiedere “chi è un giornalista” è porre la domanda in modo sbagliato, perché il giornalismo può essere prodotto da chiunque. Allo stesso tempo, solo impegnandosi in un’attività giornalistica simile – scattare una foto da telefono cellulare sul luogo di un incendio o la creazione di un blog per diffondere le notizie e fare un commento – da solo non produce un prodotto giornalistico. Anche se può e a volte lo fa, c’è una distinzione tra l’atto del giornalismo e il risultato finale.

Il giornalista pone il bene del pubblico al di sopra di tutto e usa certi metodi – il cui fondamento è una disciplina di verifica – per raccogliere e valutare quello che lui o lei trova, racconta, diffonde.

Qual è lo scopo del giornalismo?

Lo scopo del giornalismo”, scrivono Bill Kovach e Tom Rosenstiel in The Elements of Journalism, “non è definito dalla tecnologia, né dai giornalisti o le tecniche che impiegano”. Piuttosto, “i principi e le finalità del giornalismo sono definiti da qualcosa di più di base: la funzione della notizia si riproduce nella vita delle persone“.

La notizia è quella parte della comunicazione che ci tiene informati degli eventi che cambiano, problemi e personaggi del mondo esterno. Anche se può essere interessante o addirittura divertente, il valore più importante della notizia è un programma di utilità.

Lo scopo del giornalismo è, quindi, quello di fornire ai cittadini le informazioni di cui hanno bisogno per prendere le migliori decisioni possibili circa le loro vite, le loro comunità, le loro società e i loro governi.

Il giornalismo 2.0, 3.0 e facciamo anche 4.0

Oggi, tutti si sentono giornalisti: dal blogger che vuole diventare opinionista, all’opinionista che pretende di essere una firma di riguardo. Chè magari lo è pure, intendiamoci, ma facciamo dei distinguo. Inoltre, operiamo criticamente una riflessione su tutte quelle piattaforme che danno modo di scrivere a tutti, ma proprio tutti o dove, addirittura, si commissionano articoli su misura. Il giornalismo non è andare dal sarto è chiedere un articolo di tale o tal’altra lunghezza. Quella è tutta un’altra storia, che fa anche rima con ansia da prestazione e terrore dell'”ei fu” foglio bianco tramutatosi oggi in formato Word.

E badate. Non fa di un giornalista avere ben stretto un sudatissimo tesserino da esibire a mostre e musei. Questa figura mitologica, oramai, fa parte della storia. Di Enzo Biagi, Indro Montanelli e Oriana Fallaci, o di firme moderne come Vittorio Zucconi e Federico Rampini, solo per citarne alcuni, ne abbiamo avuti, ma non hanno avuto un seguito. Parte di un’eredità non raccolta, un ricambio generazionale povero e sterile.

Dietro quella firma, ci potrebbe essere chiunque. Tranne il vero giornalista.

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