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Federica DiFederica

Abusare dei social network provoca disturbi del sonno

Andare a letto e spegnere le luci. All’improvviso, la luce del nostro smartphone lampeggia, annunciando una notifica. Cosa facciamo, allora? Un nuovo studio afferma che tutti coloro che controllano il proprio account di social networking – da Facebook a Twitter, da Instagram a  Youtube, da Snapchat a LinkedIn – molto spesso hanno più probabilità di avere disturbi del sonno rispetto a quelli che li usano con moderazione.

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Federica DiFederica

Amore e relazioni ai tempi dei social: quando non vedersi è la freccia di Cupido

I social network oggi e le messaggerie ieri. Chi non ha usato MySpace o MSN Messenger? Innamorarsi era estremamente facile: dietro uno schermo, chi ci scriveva era l’esatto ritratto di chi avremmo voluto accanto. Non importa se i canoni di bellezza – non mi riferisco a misure giunoniche per le donne o tartarughe spiaggiate per gli uomini, ma al personalissimo concetto di “modello ideale” – poi non aveva riscontro nella realtà.

Dietro uno schermo siamo tutti “belli”. E lo siamo davvero, forse perchè è dietro l’anonimato di uno schermo di un computer o di un’app di messaggeria che ci presentiamo come siamo dentro. E quel “dietro” diventa un miracolo “dentro”.

Poi arriva la voglia dell’incontro – voluto da entrambi o da una delle parti. C’è l’ansia dell’attesa, il nervoso delle aspettative, la paura di deludere e di venire delusi. Fino al giorno dell’incontro. Ed il resto può avere solo due vie: un futuro o una bella amicizia.

La prosecuzione di un contatto spetta dall’intelligenza di entrambi. Troncare i rapporti quando fino ad allora ci si è confidati ed aperti denota superficialità e scarsa intelligenza. L’aspetto non è tutto, dicono alcuni. Ma se si è fatto breccia nel cuore di qualcuno per le parole che si sono concesse, si dovrebbe immaginare che si possa continuare a darle anche in un ipotetico dopo.

Ma il mondo delle chat è questo. Se da un lato ci sveliamo per come siamo, dall’altro – quello della realtà vissuta allo scoperto – ci si mette in gioco con quello che realmente siamo. Che potrebbe piacere e non piacere. Un tempo si parlava di maschere e di “uno, nessuno, centomila”. Bene, oggi lo siamo. Siamo centomila persone in una chat o in un social, ma siamo unici e nessuno nella società.

Come ogni cosa, però, questo porta a dei pro e dei contro. La libertà di essere quelli che si è nascosti da un’aspettativa altrui. E l’aspettativa altrui che mortifica la nostra libertà di essere.

Federica DiFederica

Social Network: qual è il peggiore per la salute mentale dei giovani

Un team di esperti della Royal Society for Public Health (UK) ha condotto un sondaggio su un campione di 1.479 giovani tra i 14 e i 25 anni per constatare l’eco dei popolari social network – come Facebook, Twitter, Instagram, Snapchat e Youtube – sulle loro vite. Si è approfondita l’analisi in termini di ansia, solitudine, a depressione, molestie, l’immagine del corpo e la paura di perdere qualcosa. 

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Federica DiFederica

Come disintossicarsi dalla iperconnettività

Pochi eventi mettono “ko” chi è realmente “drogato” di Internet. Pensiamo, ad esempio, alla “caduta” di WhatsApp un mese fa, quando il servizio di messaggistica istantanea più utilizzato quotidianamente in tutto il mondo da oltre un miliardo di persone ha smesso di funzionare. Molti utenti sono caduti in una sorta di depressione e stato d’ansia tipiche dei nostri giorni.

Il WhatsAppdown è stato un duro colpo in un’epoca in cui la tecnologia sembra infallibile e, secondo gli psicologi, ha mostrato come l’abuso di questo strumento stia diventando un problema globale. I segnali di pericolo non sono nuovi. Ma nuovi studi rivelano che WhatsApp, le abitudini di consumo che comporta e il modo in cui noi interagiamo con lo smartphone e, soprattutto, il tempo che vi trascorriamo dipendono da molti fattori. Tutti tendono ad essere preoccupanti.

Il panorama non è confortante. Questa è la prova che la gente preferisce a comunicare via WhatsApp, anziché tramite Facebook, Instagram e Twitter, o le dimenticate telefonate. In particolare, l’instant messaging (68 per cento) sono la forma più comune di interazione, soprattutto sui social network (64 per cento) e voce (59 per cento).

Dipendenza da “linea”

WhatsApp è già la forma preferita di comunicazione. Ma si sta in qualche modo esagerando? Quando si può considerare questo strumento e le reti sociali una dipendenza? Psicologi, professori e specialista in ‘neurofeedback’ definiscono il limite della dipendenza, segnato dalle caratteristiche di ogni persona. In sostanza, si può parlare di dipendenza quando i comportamenti ossessivi isolano le persone dalla loro realtà e dalla normalità. Ciò significa che le attività quotidiane, come mangiare e dormire, sono rinviate per la dipendenza in oggetto. In questo caso, WhatsApp.

Le persone non ammettono la loro dipendenza e, in questo caso, giustificano la loro ossessione da WhatsApp o dai social network come questione puramente lavorativa. E’ difficile per una persona accettare una dipendenza, perché ci sono migliaia di ragioni per giustificare comportamenti di questo tipo. Rimane la convinzione che tutto è giustificabile. Ci sono piene capacità cognitive, ma la realtà è distorta.

Dipendenza a cosa?

Questo solleva una domanda ulteriore: a che cosa si tende ad essere dipendenti sui socila network? La necessità di essere informati e interagire con gli altri? La risposta potrebbe trovarsi in una sindrome che diversi autori hanno definito all’inizio di questo decennio come “la paura di perdere“, che potrebbe essere tradotto come “paura di perdere qualcosa“. E si parla di un bisogno di essere collegati tutto il tempo per non perdere i dettagli sui contatti dei social network.

Inoltre, v’è un fenomeno noto come “nomofobia”, che ha cominciato a far parlare di sé in questo decennio con l’avvento delle reti e viene spiegato come la paura irrazionale di dimenticare lo smartphone. Il termine deriva dall’espressione ‘non-mobile-phone fobia’ e considera la nomofobia “un disordine del mondo moderno che si riferisce a disagio o ansia causata da essere fuori contatto con un telefono cellulare o la paura patologica di non rimanere in contatto con la tecnologia“.

Federica DiFederica

La pubblicità: evoluzione e attrazione, dalla radio alla TV e Internet

C’è chi sostiene che l’atto di fare pubblicità sia, in realtà, una tendenza molto naturale. Ci sono colori e forme meravigliose; canzoni ed anche esseri umani felici e sereni. E, questo, nel tentativo di convincere gli altri. Questa è la la pubblicità.

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Federica DiFederica

Dopo un attacco terroristico, i social media possono fare più danno che bene

Come condividere informazioni su un attacco terroristico sui social media aiuta i terroristi a diffondere il loro messaggio. Facciamo una riflessione. Non è proprio questo che vogliono? Dopotutto, la parola “terrorismo” ha come origine il “terrore”. E sui social media tutto si diffonde. E noi facciamo il loro gioco.

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Stop al razzismo e all’ignoranza sui social network

Perché diffondiamo l’ignoranza sui social network? Perché tutti si sentono portavoce e opinionisti di quanto accade nella vita? Tutto scorre, tutto è social. Anche l’ignoranza. Che scorre. Fluisce.

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Federica DiFederica

Come i Social Media ci hanno cambiato la vita: i pro e i contro

E’ difficile credere che, solo un decennio fa, i social media fossero poco più di una tendenza “in erba”. Certo, c’erano siti web come Friendster e MySpace, che hanno avuto un buon livello di seguito, ma mai hanno coinvolto gli utenti come i social media di oggi.

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Federica DiFederica

“Internet non funziona più”: parola del CEO di Twitter

L’ambiente online ha diversi problemi di contenuti che richiedono urgentemente una soluzione. Lo ha affermato il co-fondatore di Twitter Evan Williams. Questi ritiene che le piattaforme social tendono, infatti, ad incoraggiare comportamenti devianti e antisociali, esprimendo ad esempio rabbia e rammarico quando si è trattato della vittoria di Donald Trump. Ma questo è solo uno dei tanti casi.

Credo che Internet non funzioni più

E’ quanto ha dichiarato il co-fondatore di Twitter sulle pagine del New York Times. L’imprenditore americano sembra essere giunto a questa conclusione già da un po’ di tempo, ma la situazione è peggiorata ulteriormente. “E’ sempre più chiaro che Internet non funziona più“. Considerando che, di questi tempi, la gente usa Facebook o Instagram per trasmettere omicidi, stupri e aggressioni dal vivo, il fatto che Internet non sia esattamente il posto più sicuro è abbastanza chiaro ed evidente.

Nel frattempo, anche Twitter si trasforma travolto da questa rete di cinismo, molestie e commentatori abusivo. Fake news, nate per promuovere ideologie sbagliate o per generare profitti, sono all’ordine del giorno. Quattro su dieci adulti che usano Internet hanno rivelato che, almeno una volta nella loro vita, sono stati molestati online.

Pensavo che, se le persone fossero state in grado di esprimersi liberamente, il mondo sarebbe diventato un posto migliore. Ho sbagliato“, ha aggiunto Williams. “Il problema, con Internet, è il fatto che esso incoraggia tutto all’estremo. Ad esempio, si guida su una strada e si nota un incidente d’auto. Si tende a guardare. Ognuno fissa. Tuttavia, Internet interpreta questo comportamento come se la gente voglia vedere più incidenti“, ha concluso.

E non si può che dargli ragione considerando la mole di accadimenti che siamo soliti apprendere o assistere su quella piazza virtuale che è Facebook, o altri social network a seguire. E’ lì che tutto accade. Ed è ancora lì che tutto prende forma, opinione, commento.

Federica DiFederica

Si fa presto a dire “sono giornalista”!

Il giornalismo online ha portato certamente una ventata di informazione a 360° che solo vent’anni fa ci saremmo sognati. L’informazione online ha smosso e incuriositi anche i più atterriti da un articolo di due pagine. Tuttavia, ha degenerato il concetto effettivo, quello a monte, quello di giornalismo.

Cos’è il giornalismo?

Innanzitutto rispondiamo alla domanda: cosa è il giornalismo? Si tratta dell’attività di raccolta, di valutazione, di creazione e presentazione di notizie e informazioni. E’ anche il prodotto di tutte queste attività. Il giornalismo può essere distinto da altre attività e prodotti con determinate caratteristiche e pratiche identificabili. Questi elementi non solo separano il giornalismo da altre forme di comunicazione: essi sono ciò che lo rendono indispensabile nelle società democratiche. La storia rivela che una società quanto più è democratica, più notizie e informazioni tende ad avere. E a dare.

Cosa fa un giornalista?

Chiedere “chi è un giornalista” è porre la domanda in modo sbagliato, perché il giornalismo può essere prodotto da chiunque. Allo stesso tempo, solo impegnandosi in un’attività giornalistica simile – scattare una foto da telefono cellulare sul luogo di un incendio o la creazione di un blog per diffondere le notizie e fare un commento – da solo non produce un prodotto giornalistico. Anche se può e a volte lo fa, c’è una distinzione tra l’atto del giornalismo e il risultato finale.

Il giornalista pone il bene del pubblico al di sopra di tutto e usa certi metodi – il cui fondamento è una disciplina di verifica – per raccogliere e valutare quello che lui o lei trova, racconta, diffonde.

Qual è lo scopo del giornalismo?

Lo scopo del giornalismo”, scrivono Bill Kovach e Tom Rosenstiel in The Elements of Journalism, “non è definito dalla tecnologia, né dai giornalisti o le tecniche che impiegano”. Piuttosto, “i principi e le finalità del giornalismo sono definiti da qualcosa di più di base: la funzione della notizia si riproduce nella vita delle persone“.

La notizia è quella parte della comunicazione che ci tiene informati degli eventi che cambiano, problemi e personaggi del mondo esterno. Anche se può essere interessante o addirittura divertente, il valore più importante della notizia è un programma di utilità.

Lo scopo del giornalismo è, quindi, quello di fornire ai cittadini le informazioni di cui hanno bisogno per prendere le migliori decisioni possibili circa le loro vite, le loro comunità, le loro società e i loro governi.

Il giornalismo 2.0, 3.0 e facciamo anche 4.0

Oggi, tutti si sentono giornalisti: dal blogger che vuole diventare opinionista, all’opinionista che pretende di essere una firma di riguardo. Chè magari lo è pure, intendiamoci, ma facciamo dei distinguo. Inoltre, operiamo criticamente una riflessione su tutte quelle piattaforme che danno modo di scrivere a tutti, ma proprio tutti o dove, addirittura, si commissionano articoli su misura. Il giornalismo non è andare dal sarto è chiedere un articolo di tale o tal’altra lunghezza. Quella è tutta un’altra storia, che fa anche rima con ansia da prestazione e terrore dell'”ei fu” foglio bianco tramutatosi oggi in formato Word.

E badate. Non fa di un giornalista avere ben stretto un sudatissimo tesserino da esibire a mostre e musei. Questa figura mitologica, oramai, fa parte della storia. Di Enzo Biagi, Indro Montanelli e Oriana Fallaci, o di firme moderne come Vittorio Zucconi e Federico Rampini, solo per citarne alcuni, ne abbiamo avuti, ma non hanno avuto un seguito. Parte di un’eredità non raccolta, un ricambio generazionale povero e sterile.

Dietro quella firma, ci potrebbe essere chiunque. Tranne il vero giornalista.

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