Archivio mensile gennaio 2018

Federica DiFederica

Cosa non dovresti condividere sui social network quando sei in vacanza

Gli esperti in cybersecurity avvertono che, durante le feste o i weekend, aumentano i rischi di furto d’abitazione, furto d’identità e truffe. Anche se l’idea non è quella di cadere nella paranoia e arrivare ad eliminare i diversi account sui social media (o non uscire di casa), le seguenti sono alcune considerazioni per tenere conto delle informazioni che condividiamo su internet durante questa stagione di riposo.

La prima cosa da NON fare è “annunciare” che la tua casa è sola. I criminali, infatti, approfittano delle festività natalizie ma anche di molte altre ricorrenze in genere per fare incetta di appartamenti da svaligiare. È facile fare intelligence attraverso i social network. I criminali sfruttano le informazioni che l’utente condivide per sapere se è a casa o no. Possono analizzare dove e per quanto tempo saranno assenti e portare a termine una rapina.

Fotografie, luoghi condivisi e contatti possono essere sufficienti ai criminali informatici per generare un profilo utente con dettagli sul loro comportamento e reddito. È ancora più facile pubblicando una foto del biglietto aereo, con la quale, persino, qualcuno potrebbe tracciare il volo in tempo reale.

I bambini

Sono i più vulnerabili. I bambini sono quelli che più condividono questo tipo di contenuti. Alcuni criminali informatici si fingono minorenni per ingannare gli altri e studiare il profilo della famiglia. Ciò che è condiviso nei social network non è più privato e può essere disponibile non solo per i contatti ma anche per le conoscenze degli altri. Cioè, se carichi una foto del tuo viaggio e tuo cugino lo condivide, il contenuto è ora visibile, scaricabile e utilizzabile anche per i suoi amici.

Ecco perché devi iniziare esaminando le impostazioni sulla privacy delle tue reti (e dei tuoi figli). La maggior parte delle reti offre la possibilità di limitare l’ambito dei contenuti e, se necessario, è possibile creare gruppi specifici. E’ possibile creare gruppi chiusi di amici o familiari per condividere tali informazioni.

Si consiglia, inoltre, di evitare di mostrare il tipo di regali che riceviamo, soprattutto i più costosi, in modo da non attirare l’attenzione dei criminali.

Un’altra misura di sicurezza è ciò che gli esperti chiamano “austerità dei dati”. Ad esempio, invece di pubblicare il dettaglio del viaggio, i tuoi biglietti aerei (o peggio, il tuo passaporto) e rivelare dove stai andando, puoi scegliere di creare successivamente un album con le immagini.

Non esporre te stesso sui social network

Secondo gli esperti di sicurezza informatica, queste sono alcune delle cose che dovresti evitare di pubblicare sui social network :

  • Il tuo documento di identità: oltre al numero, la data di rilascio del documento e la sua nascita sono utilizzati nei procedimenti bancari per confermare la tua identità. Ricorda che il documento contiene anche le impronte digitali.
  • Biglietti: da un lato, si può clonare il biglietto stampando il corrispondente codice a barre. D’altra parte, i biglietti contengono anche informazioni sulla tua destinazione e sul numero del tuo volo, tanto da poter conoscere la tua posizione in tempo reale.
  • Targhe auto: con queste informazioni è possibile fare qualsiasi cosa: accedere all’assicurazione, avere informazioni tecnico-meccaniche e ulteriori dettagli.
  • Regali di lusso: se hai cambiato tutti i tuoi mobili, se hai ristrutturato la cucina, se hai comprato auto, computer, ecc., evita di mostrarlo nelle reti perché può risvegliare l’interesse delle band organizzate.
  • Fotografie in costume da bagno: in particolare, i minori sono i più vulnerabili. Le immagini in costume da bagno, in spiaggia o in piscina possono essere rubate e utilizzate per scopi criminali.
  • Stati estremi: evitare di pubblicare fotografie o contenuti che mostrano eccessi come stati di euforia di una festa o quanto si beve, ma anche pubblicazioni depressive. Entrambi gli stati possono influenzare la reputazione del tuo account e generare disagio in ambienti esterni, come il posto di lavoro.
Federica DiFederica

WhatsApp, ovvero la “mano del diavolo” che dispensa ansie e paure

Poiché è praticamente impossibile fare a meno – diciamocelo – di qualcosa di essenziale nella vita di oggi come Whatsapp – o qualsiasi altro mezzo di comunicazione immediata, il problema della “comunicabilità”, fiducia e interazione si intensifica. Tuttavia, ciò che si può fare è cominciare a capire che il problema non è lo strumento, ma l’uso inadeguato che ne è fatto.

Qualsiasi applicazione che è nelle mani di una persona, il cui obiettivo primario è quello di usarlo per avere il controllo su un’altra persona (in questo caso il partner), farà scattare l’ansia di quell’individuo. Quando si tratta fondamentalmente di utilizzare uno strumento attraverso motivazioni inadeguate, stiamo parlando di atteggiamenti e comportamenti derivati ​​da una profonda e personale insicurezza – letteralmente e simbolicamente parlando.

In questo senso ci sono due problemi che influenzano significativamente l’uso di WhatsApp come mezzo per controllare la coppia: errata percezione e assunzione. Da un lato, la percezione è ciò che ci permette di avere una prima conoscenza di qualcosa basata sulle impressioni che i sensi comunicano. Tuttavia, l’assenza o l’inadeguata informazione di quei sensi possono facilmente portarci a una percezione errata. Ciò accade nel caso in cui, ad esempio, la persona anticipa le informazioni e assume che quel che percepisce è il comunicare qualcosa – quando non è realmente così. “So che hai visto il messaggio” potrebbe essere il pensiero di non ricevere una risposta dopo la doppia verifica blu. Ma questa percezione diventa errata e lascia il posto a uno stato di ansietà quando quel pensiero è seguito da un “…e non voleva rispondermi”.

La verità è che questa è un’anticipazione che ovvia alla realtà: sappiamo solo che ha visto il messaggio. Se ci concentrassimo su quest’ultimo dato, non ci sarebbe motivo di soffrire di ansia.

In secondo luogo, quando percepiamo erroneamente e ci separiamo dalla realtà anche solo per un breve momento, assumiamo che le nostre paure siano vere; la vittima della “sindrome del doppio controllo” entra nella sfiducia e inizia a collegare un’idea dopo l’altra con ciò che finisce per chiudere il morsetto di quello stato. Se l’utente non ha il suo “rinforzo positivo” – la risposta – per dirla in qualche modo, la miriade di pensieri errati non si ferma.

La verità è che è difficile accettare che WhatsApp, Facebook o qualsiasi altro strumento del genere siano decisivi per diluire le relazioni di coppia, perché ci sono ancora molti milioni di persone le cui relazioni sentimentali non sono state toccate, eviscerate, influenzate. Influenzate? Sì, certo.

La responsabilità diretta ha a che fare con la capacità di ciascuna persona di mettere in pratica un’intelligenza emotiva che promuova un’appropriata assertività nell’uso di queste applicazioni e nel loro legame diretto con le loro relazioni. È un po’ come ricordare il vecchio detto popolare: “Le armi sono caricate dal diavolo, ma quelle stupide le sparano”. Ci vediamo la prossima volta.

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