Archivio mensilegiugno 2017

Federica DiFederica

Come disintossicarsi dalla iperconnettività

Pochi eventi mettono “ko” chi è realmente “drogato” di Internet. Pensiamo, ad esempio, alla “caduta” di WhatsApp un mese fa, quando il servizio di messaggistica istantanea più utilizzato quotidianamente in tutto il mondo da oltre un miliardo di persone ha smesso di funzionare. Molti utenti sono caduti in una sorta di depressione e stato d’ansia tipiche dei nostri giorni.

Il WhatsAppdown è stato un duro colpo in un’epoca in cui la tecnologia sembra infallibile e, secondo gli psicologi, ha mostrato come l’abuso di questo strumento stia diventando un problema globale. I segnali di pericolo non sono nuovi. Ma nuovi studi rivelano che WhatsApp, le abitudini di consumo che comporta e il modo in cui noi interagiamo con lo smartphone e, soprattutto, il tempo che vi trascorriamo dipendono da molti fattori. Tutti tendono ad essere preoccupanti.

Il panorama non è confortante. Questa è la prova che la gente preferisce a comunicare via WhatsApp, anziché tramite Facebook, Instagram e Twitter, o le dimenticate telefonate. In particolare, l’instant messaging (68 per cento) sono la forma più comune di interazione, soprattutto sui social network (64 per cento) e voce (59 per cento).

Dipendenza da “linea”

WhatsApp è già la forma preferita di comunicazione. Ma si sta in qualche modo esagerando? Quando si può considerare questo strumento e le reti sociali una dipendenza? Psicologi, professori e specialista in ‘neurofeedback’ definiscono il limite della dipendenza, segnato dalle caratteristiche di ogni persona. In sostanza, si può parlare di dipendenza quando i comportamenti ossessivi isolano le persone dalla loro realtà e dalla normalità. Ciò significa che le attività quotidiane, come mangiare e dormire, sono rinviate per la dipendenza in oggetto. In questo caso, WhatsApp.

Le persone non ammettono la loro dipendenza e, in questo caso, giustificano la loro ossessione da WhatsApp o dai social network come questione puramente lavorativa. E’ difficile per una persona accettare una dipendenza, perché ci sono migliaia di ragioni per giustificare comportamenti di questo tipo. Rimane la convinzione che tutto è giustificabile. Ci sono piene capacità cognitive, ma la realtà è distorta.

Dipendenza a cosa?

Questo solleva una domanda ulteriore: a che cosa si tende ad essere dipendenti sui socila network? La necessità di essere informati e interagire con gli altri? La risposta potrebbe trovarsi in una sindrome che diversi autori hanno definito all’inizio di questo decennio come “la paura di perdere“, che potrebbe essere tradotto come “paura di perdere qualcosa“. E si parla di un bisogno di essere collegati tutto il tempo per non perdere i dettagli sui contatti dei social network.

Inoltre, v’è un fenomeno noto come “nomofobia”, che ha cominciato a far parlare di sé in questo decennio con l’avvento delle reti e viene spiegato come la paura irrazionale di dimenticare lo smartphone. Il termine deriva dall’espressione ‘non-mobile-phone fobia’ e considera la nomofobia “un disordine del mondo moderno che si riferisce a disagio o ansia causata da essere fuori contatto con un telefono cellulare o la paura patologica di non rimanere in contatto con la tecnologia“.

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